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Testamento Porcelli


Effetti del Buon Governo - Ambrogio Lorenzetti
Effetti del Buon Governo - Ambrogio Lorenzetti
Pubblichiamo un testamento molto singolare.
E’ quello dell’animale che per gusti, sapori, nobiltà e versatilità, meglio rappresenta lo stretto e continuo legame fra il passato remoto ed i tempi moderni.
E’ uno scritto attestato fin dalla tarda antichità, poi tramandato per tutto il medioevo e oltre.
Qui è immaginato un Porco nell’atto di fare un testamento che elenchi le sue molteplici benemerenze verso l’umanità.
Da San Gerolamo, vissuto fra il IV e il V sec. apprendiamo che, il testamento del porcello veniva recitato dai fanciulli delle scuole a mò di filastrocca.
L’ampia versione seicentesca che riportiamo, è quella riferita dall’agronomo bolognese Vincenzo Tanara .
TESTAMENTUM PORCELLI
Avvedutosi certo venerabil porco, che dal protosguattero Zighettone doveva esser macellato, gli addimandò un hora di tempo per poter disporre delle sue facoltà, così comparve il notaro di Svigo, il quale rogò l’ultima volontà di quello.
“Prima lascio il mio si, da una caterva di golosi con varia cuocitura nel loro ventre seppellito.
Lascio a Priapo (Dio della fecondità e degli orti) il mio grugno, col quale possa cavare i tartufi dal suo horto.
Lascio a’ librari e cartari i miei maggiori denti, da poter con comodità piegare e pulire le carte.
Lascio a’ dilettissimi Hebrei, dai quali mai ha avuto offesa alcuna, le setole della mia schiena, da poter con quelle rappezzar le scarpe e far l’arte del calzolaio.
Lascio a’ fanciulli la mia vescica da giocar.
Lascio alle donne il mio latte, a loro proficuo e sano.
Lascio la mia pelle a’ mondatori e mugnai, per far recipienti da acconciar i grani.
Lascio la metà delle mie cotiche a’ scultori, per far colla di stucco, e l’altra metà a quelli che fabbricano il sapone.
Lascio il mio sebo a’ candelottari, per mescolarlo a metà col bovino e caprino e far ottime candele, con le quali li virtuosi possono alla quiete della notte studiare.
Lascio la metà della mia songia a’ carrozzieri, bifolchi e carrettieri, e l’altra metà a’ garzolari per conciare la canapa.
Lascio le mie ossa ai giocatori, per far dadi da giocare.
Lascio a’ rustici, miei nutritori, il fiele per poter senza spesa cavar le spine dal loro corpo, quando scalzi e nudi nel lavorar la terra gli fossero entrati nella pelle, e per poter senza spesa, in luogo di lavativo, l’indurato corpo irritare.
Lascio agli alchimisti la mia coda, acciò conoscano che il guadagno che son per fare con quell’arte è simile a quello che io faccio col dimenar tutto il giorno la detta coda.
Lascio agli hortolani le mie unghie, da ingrassar terreno per piantar carote.
In tutti gli altri liei, lardi, prosciutti, spalle, ventresche, barbaglie, salami, mortadelle, salcizzutti, salcizze e altre mie preparationi, intuisco cuglio che sia mio herede universale il carissimo economo villeggiante”.
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VIDEO testamento porcelli




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