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Madonna della Salute


Testo a cura di Pierluigi Ceolin. Executive chef e scrittore. Formatosi accanto ai padri della cucina veneta, oggi vive per lo più a La Coruña, in Galicia (E) dove tiene corsi di cucina mediterranea ed è contitolare di un ristorante. Da tempo si interessa di tradizioni religiose, storiche e popolari in cucina e ha lavorato in questi ultimi anni per il recupero della identità veneta.

 

Il 21 novembre si celebra la festa della Presentazione della Beata Vergine Maria. A dare avvio a questa memoria di Maria fu la festa della Dedicazione della chiesa di S. Maria Nova, in Gerusalemme il 21 novembre del 543.
L’oggetto della celebrazione risale ad un racconto leggendario dell’apocrifo protoevangelo di Giacomo (Cap. VII), secondo il quale Maria, all’età di tre anni, fu portata al Tempio per venirvi educata tra le “vergini” e dedicarsi al servizio di quel luogo sacro.

A Venezia

Lo straordinario fascino di questa festa autunnale è quasi sempre segnato dalla nebbia o dalla pioggia o dall’acqua alta. Nell’aria il profumo d’incenso e l’odore delle frittelle esprimono le due anime di questa ricorrenza: all’interno, sotto la cupola del Longhena, si celebrano messe in continuazione e si elevano preghiere e suppliche, mentre fuori, in campo della Salute, le bancarelle con vocianti ambulanti attraggono i bambini e gli adulti in una atmosfera di “sagra” di sestiere, come un preludio alla vicine feste natalizie.
Un tempo le bancarelle offrivano zucchero filato, piccoli giocattoli artigianali e non mancavano dolci come i zaéti e i pevarini, mentre in tutti i luoghi di ristoro il piatto tradizionale per la Madonna della Salute, e ancora oggi, era la “castradina in brodo cole fogie de verza”.
Il Varagnolo, poeta vernacolare, descriveva così questo giorno di festa: 
…i passa el ponte, i compra la candela,
el santo, el zaletin, la coroncina,
e verso mezzodì l’usanza bela
vol che i vaga a magnar la castradina.

Una volta ci pensavano gli Schiavoni
Per “castradina”si intende la carne di montone castrato salata, affumicata ed essiccata al sole, che veniva importata dagli “Schiavoni”, sui loro pieleghi e trabaccoli, barche da trasporto, dalla Dalmazia, dalla Bosnia, dalla Slavonia e dall’Albania, ed era ritenuta a ragione, per le conoscenze di allora, meno contagiosa rispetto ai più comuni alimenti freschi.
Chi erano questi Schiavoni, “Sciavuni” o Morlacchi”? E che cosa li ha portati a Venezia? 
Esistono varie memorie sui rematori di galee e la loro triste sorte. Fanno parte a un tempo della storia e della leggenda. Erano appunto di diverse origini, croati, liburni, illirici e altri abitanti della Dalmazia e dei paesi vicini, apprezzati a seconda della loro forza ed efficienza. 
Lo annotò Bartolomeo Crescenzio nel Seicento, nel suo manuale di nautica, considerato dagli esperti il migliore trattato dell’epoca.
Già in un calmiere pubblicato dal Doge Sebastiano Ziani nel 1173 era documentata la consuetudine di importare sicce carnis de Romania et Slavina, primo accenno storico alla castradina, e in uno scritto dell’epoca viene riportato di farla bollire per tre volte in tre giorni, un chiaro richiamo ai tre giorni della processione che salvò Venezia. 
Veniva servita molto calda, con il brodo, il cosciotto di carne e le verze sofegàe, con una generosa aggiunta di cannella e pepe, tutto insieme in grandi terrine.

Durante la Serenissima
A Venezia ogni 21 novembre è la Festa della Madonna della Salute, diventata dopo la peste del giugno del 1630, la celebrazione principale, per la devozione mariana, nell’intero dominio veneto e sicuramente per Venezia una delle ricorrenze religiose più sentite dalla popolazione.
Più di mezzo secolo dopo la terribile pestilenza del 1575-77, nel corso della guerra di successione al Ducato di Mantova, le truppe imperiali diffusero la peste in Italia, quella ritratta da Alessandro Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” e l’epidemia fu accertata, nuovamente, a Venezia nel 1630.
La sua propagazione sembra si sia dovuta all’arrivo a Venezia dell’Ambasciatoria dei Gonzaga che, anche se posta in quarantena nell’isola di San Servolo, la trasmise ad un falegname, abitante nella zona di San Vio, che così inevitabilmente propagò il morbo a tutta la città.
Il Magistrato della Sanità pose subito in atto tutte le possibili misure per contenerla, anche sulla base della precedente esperienza, ma nelle ultime settimane di settembre di fronte alla evidente impotenza degli uomini contro la malattia, il Patriarca Tiepolo invitò tutto il popolo a pregare e a fare penitenza, invocando la misericordia del Signore.
Il 26 ottobre, con più di diecimila vittime, il Doge Nicoletto Contarini, al termine di una Santa Messa a San Marco, pronunciò questa supplica:
«…Verxine Mare, se ne el To nome xe sta fondà sta Patria nostra, se li nostri cuori te xe sempre stai a Ti devoti, se tante prove de la To potesìon ti ne ga lassà, alora scolta sta nostra inplorasiòn, tièn da conto de le preghiere de el popolo sofarente! Xe vero semo de li pecadori, par cuesto a Ti se relvolxemo, cofà el nostro porto. Prega para nu el Divìn to Fio, parkè el salva li fioli soi, ke el para via e el dèsfa sto tremendo mal ke ne roxega le nostre vene, ke copa tanta xente, ke fa desparìr li To servidori […] contentite de sto umile dono de un Tempio […] indove ke li nostri fioli, e li fioli de li so fioli, tuti li ani li vegnarà a ringrasiarte a Ti Auxiliatrice e Avocada de sta nostra Veneta Serenissima Repubblica ».
Ancora un volta il governo e il popolo di Venezia si volgono alla religione organizzando una processione in cui partecipano quasi tutti i sopravissuti, circa diecimila persone che girano incessantemente per tre giorni e tre notti attorno a Piazza San Marco con fiaccole e statue votive e il Cielo non manca di venire in aiuto alla Repubblica.
La pestilenza cessa, infatti, nel novembre del 1631, dopo circa sedici mesi, lasciando però più di seicentomila morti nel solo territorio veneto.
In rispetto al voto pronunciato e alla grazia ricevuta, rafforzati da una fede devota ad una Vergine tanto misericordiosa, ecco sorgere un’altra maestosissima basilica all’incrociarsi tra il Canal Grande e il bacino di San Marco, la Madonna della Salute.
Viene, infatti, subito indetto un concorso e fu votato a larga maggioranza tra i due migliori progetti prescelti, degli undici presentati, quello di Baldassare Longhena «a forma de corona par esàr dedicà de esa Verxine », come disse lo stesso giovanissimo architetto portabandiera del “nuovo” stile barocco.
L’edificio sarà ultimato in circa vent’anni e il tempio verrà consacrato dal Patriarca Alvise Sagredo, il giorno 21 novembre del 1687, giornata dedicata alla Presentazione al Tempio di Maria che da allora per i veneti diventa il giorno della Madonna della Salute.
Il tempio, il ponte di barche e la preghiera
Questa chiesa, considerata il capolavoro dell’architettura barocca, si trova sulla punta est di Dorsoduro, perfettamente visibile dalla riva di Piazza San Marco.
Di pianta ottagonale, presenta facciate arricchite da numerose statue di marmo, collocate fra le colonne, nelle nicchie, sui timpani e sopra le volute che fanno da contrafforti alla grande cupola di rame sormontata da una lanterna su cui domina la statua della Madonna che tiene in mano il bastone da “Capitana da mar”, perché in lei Venezia ha sempre identificato la propria guida.
Sull’altare maggiore si trova la scultura di marmo scolpita da Josse Le Court, rappresentante Venezia sotto forma di fanciulla che intercede presso la Madonna, che scaccia la peste effigiata da una vecchia megera.
Al di sotto, sulla mensa dell’altare, è custodita la miracolosa immagine della Madonna Nera, un’icona bizantina del XIII secolo che Francesco Morosini portò a Venezia dalla chiesa di San Tito a Candia, prima dell’arrivo dei Turchi, chiamata Mesopanditissa, che significa “Mediatrice di Pace”.
Al centro del pavimento, invece, un intreccio di rose e boccioli fa da corona alla scritta: UNDE ORIGO – INDE SALUS, che significa da dove è venuta l’origine, da lì viene la salvezza.
Numerose, infine, sono le opere d’arte: basta ricordare la pala d’altare del Tiziano, con “San Marco, San Rocco, San Sebastiano e i Santi medici Cosma e Damiano” e “Le Nozze di Cana” del Tintoretto.
E ogni anno, come in passato, si continua a costruire un ponte che poggia su una struttura retta da una lunga sfilza di barche, lungo sessantadue metri, che collega campo Santa Maria del Giglio a calle San Gregorio, per permettere ai veneziani, guidati dal Patriarca, di recarsi  in processione da San Marco, a pregare vuoi per fede o per tradizione, all’interno della chiesa.
Per la Salute feste e canzoni nelle campagne
Anche in terraferma si festeggia questa festa: a Mestre, nella chiesa di via Torre Belfredo, alle Catene di Marghera e come mi ricordava mons. Antonio Niero, a Dolo, dove già oltre un secolo fa si celebrava nella chiesetta della Madonna della Salute, ora annessa all’Ospedale Civile e corrispondeva all’ultima sagra dell’anno, durante la quale, nelle campagne venete, si cantava così:
“Dala Madona dela Salute
che se veste le bele pute
e se magna la tortona
tanto dolse e tanto bona:
la xe fata co pinoli
che xe grossi che i par fagioli.
E le tose dale Gambarare
le vien al Dolo per balare;
e le tose de Palùèlo
le vie al Dolo pa far bordelo”

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