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Giacomo Castelvetro letterato dalla vita avventurosa


Giacomo Castelvetro - Ercole dell'Abbate (1587) - Museo Estense MO
Giacomo Castelvetro - Ercole dell'Abbate (1587) - Museo Estense MO

Testo a cura di Gloria Salazar. Si interessa di storia e di arti decorative. Diplomata Archivista presso l’Archivio Segreto Vaticano; Diplomata Biblioteconoma presso la Biblioteca Apostolica Vaticana ha lavorato al progetto di informatizzazione della Biblioteca stessa. Diplomata Restauratore di dipinti, è stata responsabile del restauro di tre tele conservate presso i Musei Vaticani. Ha seguito un master in Library and Information studies presso l’Università di Londra. E’ relatrice di convegni ed ha pubblicato vari articoli su ricerche da lei svolte. 


Giacomo Castelvetri – come egli stesso si firmava -, noto in particolare per la sua unica opera edita: il Brieve racconto di tutte le radici, di tutte l’erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano, scritta nel 1614 e pubblicata per la prima volta nel novecento, fu una peculiare figura di letterato, ed ebbe un’esistenza avventurosa vissuta in un’epoca turbolenta: quella del pieno scontro tra Riforma e Controriforma.
Egli era nato a Modena nel 1546, in una famiglia di banchieri che avevano fondato la loro cospicua fortuna sull’arte della lana, figlio di Niccolò, banchiere, e di Libertata Tassoni, consanguinea del celebre Alessandro autore de “La secchia rapita”. Il nonno, suo omonimo, era considerato il più ricco cittadino della città. Le più antiche memorie dei Castelvetri risalgono al 1306,quando due suoi antenati, scacciarono Azzo d’Este da Modena per ristabilire l’antico Comune; membri della famiglia facevano parte sin dal 1463 del Consiglio dei Conservatori della città, a cui a partire dal 1495 diedero numerosi Priori.
Della sua infanzia non si hanno notizie, si sa solo che quando aveva diciotto anni, dopo molte malattie portate, come lui stesso dice,  dal ventre della madre, fuggì rocambolescamente da Modena in compagnia del fratello undicenne Lelio – l’ultimo di undici fratelli –, sopra un mulo, nascosti ciascuno in una cesta, per raggiungere a Ginevra lo zio Ludovico Castelvetro, fratello di suo padre, letterato, filologo, filosofo di chiara fama, espatriato per scampare alle persecuzioni dell’Inquisizione che l’aveva messo al rogo in effige. Questi, in rapporti con Erasmo da Rotterdam e con Calvino, introdusse il nipote negli ambienti della Riforma. Ludovico Castelvetro soffriva di numerosi malanni e Giacomo si occupò lui stesso dell’alimentazione dello zio, ponendo molta cura nella scelta dei cibi, secondo i principi seguiti all’epoca sulle qualità di essi, distinti in freddi, caldi e ventosi.
Da Ginevra Giacomo si trasferi a Basilea nel 1568, dove frequentò l’Università e da li a Rottlen nel Baden per apprendere “l’assai malagevole lingua di quella nobil contrada”.
Lasciata nel 1574 la Germania per recarsi in Inghilterra, grazie alle presentazioni di amici protestanti, riuscì ad entrare in contatto con vari membri della Corte inglese, in particolare con Sir Francis Walsingham,  Segretario di Stato di Elisabetta I e Sir Christopher Hatton Lord Cancelliere del Regno. Ottenne l’incarico di istitutore d’italiano del figlio di Sir Roger North, Ambasciatore inglese in Francia,  che accompagnò nel Gran Tour, all’epoca tappa obbligata nell’educazione di un gentiluomo inglese, con il quale si recò anche in Italia ed a Modena, dove liquidò l’eredità paterna vendendo tutte le sue proprietà ai fratelli. Qualche aneddoto ci riporta sui loro passi, come quando nel bresciano il suo pupillo si stupì per la generosità dei contadini che davano mosto e vino a chiunque ne chiedesse.
Tornato in Inghilterra nel 1580, si stabilì a Londra, dove nel 1584 cominciò a collaborare in veste di editore con John Wolf, il più famoso tipografo inglese dell’epoca, per il quale curò l’edizione di numerose opere a stampa. Saltuariamente inviava lettere al Segretario del Duca di Modena - quell’ Alfonso II  che aveva sempre protetto i Castelvetri contro l’Inquisizione -, per relazionarlo sulle vicende politiche inglesi, usualmente di scarso rilievo perchè “essendo quest’isola un ben picciol cantoncin del mondo ... di rado ci nasce cosa che meriti d’essere scritta”. Nel  1585 dedicò a Sir Walter Raleigh, favorito di Elisabetta I, un’opera da lui edita.  Nel 1586 si spostò a Francoforte per la famosa fiera letteraria e da lì di nuovo a Basilea, dove nel 1587  sposò la bolognese Isotta de’ Canonici, vedova del filosofo Thomas Lieber più noto come Erastus. Tornato a Londra ricominciò la collaborazione con il Wolf, curando l'edizione di altre opere. Nel 1591 pubblicò a sue spese un famoso trattato di crittografia “De furtivis literarum notis” ed il Pastor fido del Tasso; a Giacomo si deve l’introduzione in Inghilterra delle opere del poeta che come lui faceva parte della Corte estense.
Nel 1592 giunse ad Edimburgo con l’incarico di insegnante di italiano del Re di Scozia Giacomo VI Stuart –  che poi succederà ad Elisabetta I sul trono d’Inghilterra con il nome di Giacomo I -, figlio di Maria Stuarda. Durante il suo soggiorno si occupò anche di alchimia, riuscendo a fare “anella, catene, vasi e simil stoviglia”, grazie al segreto su come aumentare la massa dell’oro insegnatogli da un certo Antonio Oltrana. Nel 1594 la moglie Isotta morì, lasciandogli poche delle sue sostanze - tra le quali due calici d’argento e due anelli con diamanti -, mentre aveva lasciato ai parenti del primo marito le proprietà che aveva in Svizzera ed il rimanente all’Ambasciatore inglese Robert Bowes, presso il quale probabilmente dimorava. In quello stesso anno Giacomo partì per la Danimarca, stabilendosi alla fine a Copenhaghen dove frequentò la Corte, occupandosi anche di raccogliere molti scritti italiani di politica, in particolare sul papato.
Da qui, nel 1596, si spostò in Svezia chiamato al servizio del Duca Carlo – il futuro Re Carlo IX -. Da Stoccolma Giacomo inviava delle relazioni sulla situazione scandinava a Sir Robert Cecil che aveva sostituito Walsingham nell’incarico di Segretario di Stato; nel 1598 il suo nome figurava in una lista di corrispondenti dell’Intelligence inglese. Sempre nel 1598 intraprese un viaggio verso l’Italia con una lunga lista di commissioni ordinategli dalla Corte svedese: cappelli e filo di seta per ricamo da Firenze; ricami da Milano; caviale, spezie, occhiali ed un antidoto contro il veleno da Venezia e vetri da Murano; maccheroni da Genova; salami da Bologna e Modena; oltre ad oggetti in legno di cipresso, in madreperla, stoffe, libri e vari tipi di formaggi.
Il viaggio durò più di nove mesi e previde numerose tappe: le città anseatiche, la Germania, la Francia e la Svizzera. Alla fine del 1599 Giacomo giunse a Venezia dove cominciò a collaborare con uno dei più importanti stampatori locali: Giovanni Battista Ciotti. Nel 1604 raccolse, in un’opera mai pubblicata, insieme ai lavori di altri due autori, un suo scritto dal titolo Tesoro nobilissimo dei segreti medicinali, nel quale erano riportati i rimedi per molti mali che egli stesso aveva raccolti nel corso della sua vita. Quello stesso anno, con l’arrivo di Sir Henry Wotton come Ambasciatore inglese presso la Serenissima, Giacomo entrò alle dipendenze  dell’Ambasciata in veste di traduttore e di insegnante di italiano sia per il personale che per gli ospiti inglesi, coltivando nel frattempo il suo interesse per la questione della Riforma protestante. Egli era in contatto con il Teologo della Repubblica, Fra’Paolo Sarpi che conoscendo la sua ottima mente, ma anche la totale assenza di prudenza scriveva ad amici protestanti che Giacomo era circondato da spie e non vi era a Venezia uomo più osservato da li romani di lui, ma che esortarlo a fare attenzione era come un navegar contra acqua. La famiglia Castelvetri, d’altronde, aveva la nomea di essere eretica e molti suoi membri avevano avuto a che fare con i tribunali dell’Inquisizione. Nel 1609 suo fratello Lelio, quello con cui era fuggito da Modena da ragazzo, venne arso vivo come eretico a Mantova. Nel 1611, in seguito ad un rallentamento nei rapporti con l’Ambasciata,  Giacomo fu arrestato a sua volta. La pronta reazione del nuovo Ambasciatore Sir Dudley Carleton, che inviò immediatamente le sue rimostranze al Senato e, contemporaneamente, riuscì ad impossessarsi degli scritti di Giacomo, con la scusa che erano carte diplomatiche,  prima che fossero sequestrati dagli ufficiali dell’Inquisizione, fu risolutiva, così come l’intervento del Re d’Inghilterra Giacomo I - quello stesso di cui Giacomo era stato insegnante di italiano quando questi regnava sulla Scozia -, che fece sapere tramite l’Ambasciatore veneziano presso la sua Corte come Giacomo fosse una persona familiare molto amata e che il Re si sentiva in obbligo nei suoi confronti. Per la verità la petizione trovò terreno fertile perchè l’allora Doge Leonardo Donà non nutriva troppa simpatia per la Chiesa di Roma. Giacomo fu rilasciato, ma dovette lasciare subito Venezia, con il rischio di venir arrestato nuovamente appena uscito dai confini della Serenissima.
Rifugiatosi a Chiavenna vi rimase fino al 1612, e dopo un breve soggiorno a Parigi, nel 1613 tornò in Inghilterra, prima a Londra e poi a Cambridge dove insegnò italiano. Per due suoi studenti scrisse due manualetti di conversazione, che ricostruiscono situazioni utili per l’apprendimento della lingua: la descrizione di un banchetto, ed altre scene di genere nello stile degli scritti di Monsignor della Casa.
A Cambridge si trovava ancora il 28 ottobre perchè annotò che vi mangiò delle fragole et eran buone. Passò quindi ad Oxford e poi a Londra, dove nel 1614 scrisse il suo trattato Brieve racconto di tutte le radici...-  che poeticamente comincia con le parole: cascan le rose e restan poi le spine, non giudicate nulla innanzi il fine - dedicandolo a Lady Lucy Russell, sorella del suo amico e protettore Sir John Harrington, il quale nel 1613 gli aveva assegnato una pensione annuale di 5 pounds sterling, appannaggio di cui poté beneficiare per poco, perché, l’Harrington morì di li a breve.
Trovata quindi ospitalità presso Sir Adam Newton, tutore del Principe di Galles, visse ad Eltham Park, e poi a Charlton nel Kent. Ottenne un prestito da un amico per pagare un copista (il più economico sul mercato...).
Sofferente di gotta, di reumatismi e d’asma, non perdeva la sua buona predisposizione d’animo; annotava di essere tutto straziato per non avere che un vestito, ma era grato a Dio perché in tanta povertà gli dava contentezza interna grande. Alla fine del 1615 scriveva ad un amico a Venezia chiedendo di avere dei libri, dei semi e delle spezie.
L’ultima notazione di suo pugno, che registra la risposta data ad una lettera del poeta Giovanni Battista Marino, suo amico, risale alla fine di marzo del 1616. Le sue carte rimasero presso il Newton, i cui eredi le donarono al Trinity College di Cambridge.

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