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Storia e proprietà topinambur


Testo a cura di Giuliana Lomazzi
Giornalista specializzata in alimentazione e gastronomia.
Autrice di di varie
pubblicazioni

Gli ultimi tepori della bella stagione sono il periodo della fioritura dei topinambur (Helianthus tuberosus), che con le loro gialle corolle solari invadono i campi e le zone incolte. Poi i fiori se ne vanno ma intanto, sottoterra, si sviluppano i tuberi: rosati e irregolari, non saranno maturi che ai primi freddi. Solo allora i topinambur, o pere di terra, potranno essere gustati crudi o cotti.
Proprio come da secoli è stato fatto dai nativi del Nordamerica, zona di provenienza di questa pianta imparentata con il girasole. E come avviene in Europa per lo meno a partire dal XVII secolo, quando la pianta si diffuse alle nostre latitudini.
Agli inizi i topinambur ebbero più fortuna delle patate, diventando apprezzati sopratutto in tempo di carestia o guerra.
Oggi hanno un impiego limitato sulle nostre tavole. Peccato, perché si tratta di ortaggi gustosi, dalla polpa bianca e croccante, dal gusto delicato che ricorda il carciofo: non a caso, come questo contengono inulina, un tipo di zucchero presente spesso come riserva nelle radici e costituito da fruttosio (glucide tollerato anche dai diabetici). L’inulina ha il pregio di favorire la sintesi di alcuni minerali e vitamine e di ridurre il colesterolo.
I piemontesi utilizzano i topinambur, crudi e con la buccia, nel misto di verdure che accompagna la bagna caoda. I tuberi sono buoni anche cotti, cucinati come le patate.
Non fanno ingrassare in quanto ipocalorici, sono però alimenti energetici, che forniscono calcio e ferro.
La medicina popolare li usa per combattere il diabete e i reumatismi, la fitoterapia come blandi lassativi, aperitivi, digestivi, diuretici.
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