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Bottiglia piena di misteri


Nell’antichità, il trasporto e la conservazione del vino erano fatti in anfore di terracotta per le grandi quantità, e in otri di pelle per quelle piccole. Un miglioramento si ebbe con l’invenzione della botte di legno, tradizionalmente attribuita ai Galli, costruita prima in grandi forme e poi successivamente in piccole misure. Per tutto il Medioevo il trasporto individuale continuò però ad essere fatto in fiasche di cuoio, e il servizio a tavola in recipienti di metallo più o meno nobile.
Dopo il '500 cominciò a diffondersi come recipiente per il vino l'uso della bottiglia di vetro soffiata artigianalmente, dapprima bulbiforme (a cipolla), panciuta e col collo slanciato, poi cilindrica a sviluppo verticale. Chiamata ampolla, flacone, fiora (fiala in dialetto muranese), aveva la capacità di contenere tre quarti di litro, ma non si conoscono le ragioni esatte che indussero i vetrai a stabilire questa misura. Forse doveva corrispondere alla giusta dose di vino per un pasto di quattro commensali.
Si dovette arrivare alla seconda metà dell’Ottocento per cominciare a fabbricare bottiglie a macchina. La facilità di produzione e l’uniformità del metodo industriale favorirono al tempo stesso la diffusione della bottiglia, e la sua standardizzazione per quanto riguardava forme e contenuto. Per le bottiglie di vino esistono diverse tipologie: bordolese (rossi o rosati), borgognona (rossi), renana (bianchi), albese (rossi zona), pulcinella (origine umbra, bianchi), ungherese (Tokay), champagnotta (vini spumanti). Oggi in Italia la forma della bottiglia non è legata al tipo di vino che contiene, come avviene invece, quasi sempre, in Francia e spesso in Germania.
E' a Rabelais che dobbiamo forse la più azzeccata definizione di questo contenitore da vino:
"O bottiglia, piena di misteri, in te Bacco racchiude tutte le verità".
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