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Piemonte e l'orgoglio del vino da re


La celebrità vinicola del Piemonte ha un’origine assai antica. I Greci sarebbero stati i primi a portare i vini di qualità in questa regione, partendo dalle coste del Mediterraneo Orientale e raggiungendo con le loro navi cariche d’anfore di vino i porti liguri. Di qui penetrarono poi nell’entroterra, per giungere in Piemonte con barbatelle e talee, che servirono per costruire i primi impianti di vigneti.
Così in piena età romana, la coltivazione della vite era già fiorente, tanto che Plinio cita l’uso in questa regione delle botti di legno come contenitori di vino. Anche la discesa dei Galli in Italia, secondo l’Ariosto, sarebbe in parte da attribuire alla particolare prelibatezza e fama di cui già godevano i vini piemontesi. Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, la viticoltura dell’area subì non poche devastazioni, anche se si mantenne abbastanza efficiente e continuò ad estendersi nei periodi di pace.
L’espansione dei vigneti proseguì dopo il mille, ricoprendo molte zone collinari di alcuni comuni come Alba, Asti, Bra. In queste zone tale era l’importanza del vino, che nei bandi vendemmiali del ‘200, si riporta come fosse in atto la tutela della qualità delle uve a mezzo dei divieti di vendemmia antecedenti il 29 settembre. Nel ‘300, sul trattato del bolognese Pier de’ Crescenzi, viene citato l’antenato del vitigno Nebbiolo: “ed è un’altra specie d’uva nera la quale è detta ‘Nubiola’ la quale è dilettevole a manicare ed è meravigliosamente vinosa… e fa ottimo vino e da serbare e potente molto… ed è molto lodata nella città d’Asti e in quelle parti”.
Sempre lo stesso autore ricorda l’introduzione del nuovo sistema di coltura detta “a spanna”, per il quale la vite aveva come sostegno una palo secco ed era potata corta. Col passare del tempo si trovano documenti elencanti la coltivazione di nuovi vitigni, come Pignole, Labrusche, Moscatello. Sarà nel ‘500 che cominceranno ad apparire i primi chiaretti, ad imitazione di quelli francesi, che diedero una svolta ai tradizionali metodi di vinificazione.
Negli archivi di Nizza Monferrato esiste una lettera datata 1609, spedita dai Duchi di Mantova per annunciare la visita di alcuni loro incaricati ad “assaggiare i vini di questi vigneti, ed in particolare lo vino Barbera”. Nello stesso secolo Luigi XIV “Re Sole”, dopo aver gustato vini e formaggi piemontesi li trova “eccellenti”.
In questa regione l’orgoglio d’essere vignaioli è sempre stato così grande, che anche re Carlo Alberto, per essere annoverato tra i produttori di vino, nell’800 costruì una cantina a Verduno dove produceva Barolo e Moscato, dalla quale in seguito sarebbe sorto lo stabilimento Cinzano di Vittoria.
Si deve a Cavour, produttore di vini oltre che grande politico, la fama internazionale del Barolo, da lui utilizzato a fini diplomatici e definito “vino da re e re dei vini”. Tale era l’interesse del Conte per il rosso nettare, che una volta acquistato il Castello di Grinzane v’impiantò duecentomila viti di Nebbiolo, e fu con la collaborazione del famoso enologo francese Odart che cercò di migliorarne le tecniche di coltivazione e vinificazione.
Dalla fine dell’800 vari flagelli colpirono il settore, l’intero patrimonio viticolo piemontese andò distrutto e ne derivò una crisi profonda che durò per decenni.
Oggi il Piemonte presenta una grande ricchezza di rossi importanti nella zona delle Langhe, del Roero e dell’Astigiano, esemplificata dai grandi Barolo, dai Barbaresco, dai Dolcetto e dalle Barbera, il cui vitigno è il più diffuso, occupando metà della superficie viticola dell’intera regione.
Nel Piemonte nascono anche ottimi bianchi come l’Erbaluce, l’Arneis, il Gavi e il Dolce Asti, famoso in tutto il mondo, il cui antenato avrebbe ricevuto la definizione di “optimum et sacrum” da Papa Leone X.
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