La zuppa della Madonna

Categoria: usi - costumi

Testo di Ivana Tanga
Giornalista e consulente tematiche lettarie di questa rivista.

 

Il 21 di novembre la Grecia ortodossa festeggia la “Panaghia polisporìs”, letteralmente “Madonna delle sementi”. In questo giorno le massaie preparano la cosiddetta “bourbourelya”, una zuppa di grano e legumi misti che verrà consumata durante il pasto principale, dopo aver recitato preghiere di carattere propiziatorio. Fagioli, ceci, lenticchie, grano, piselli, fave, in qualità di semi della terra, si ricollegano direttamente alla sfera germinativa di Madre Natura e alla sua forza vitale, energetica. Un vero inno alla fertilità, dunque, recitato all’inizio della stagione invernale, in un periodo cioè di massima crisi produttiva, alfine di sollecitare le potenze naturali. Una zuppa, dunque, la “bourbourelya” dalla simbologia decisamente beneaugurante. Il parallelo con l’arcaico rito della “panspermìa”, la zuppa di granaglie bollite, offerte dai “minoici” sugli altari della Grande Madre, ci sembra più che lecito. Dietro la moderna “Madonna delle sementi” emerge chiaro il volto della Grande Dea, dal profilo demetriaco. Una “religione della Madre” che continua a vivere nelle viscere della “religione del Padre”, annidata nelle pieghe della spiritualità popolare. Linfa mai veramente estinta che anima, ancora oggi, alcuni culti della nostra tradizione contadina. Pensiamo alla cosiddetta “lessata” o “pezzenta”, versione italica della “bourbourelya”, che si consuma, in segno propiziatorio, nella cena della vigilia di Natale e all’ultimo dell’anno in Molise ed in altre aree della Magna Grecia. In Sicilia, una zuppa simile, chiamata “minestra di S. Giuseppe”, viene offerta ai poveri durante le cene devozionali che l’isola dedica al santo “falegname”. Tutte usanze, queste, sgorgate dal grembo fecondo di un’arcaica religione della natura, dal mai prosciugato alveo mediterraneo.

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