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Enrico II e il vino insanguinato


Londra, dicembre 1170. Enrico II (1133-1189) fu il primo re della dinastia dei plantageneti. Era figlio di Goffredo il Bello conte d’Angiò, del Maine e futuro duca di Normandia, e dell’erede al trono d'Inghilterra e al ducato di Normandia, Matilde d’Inghilterra. 

In seguito allo sciagurato regno di re Stefano, Enrico II consolidò i suoi domini e intraprese un iter espansionistico senza precedenti. Una cosa mai vista sino ad allora! Senza dubbio Enrico fu uno dei regnanti più avidi del Medioevo. Bisogna tener presente che la maggior parte dei sovrani dell’epoca non avevano mire egemoniche strepitose, né brame sfrenate, seppur secoli prima esempi in tal senso non erano certo mancati (si veda, ad esempio, Carlo Magno secondo le cronache dello storico franco Eginardo). I re, una volta conquistato il trono, anelavano soddisfare le personali frenesie, tralasciando il consolidamento del regno e ignorando le sottili ma determinanti strategie della politica. 

Sotto quest’aspetto “il primo” dei plantageneti fu un autentico antesignano. Ambizioso, scaltro, assettato di potere – Enrico – si procurò una robusta schiera di nemici, e in breve conseguì la sinistra fama di regnante ferino. Inizialmente, per mera opportunità, fu amico di Tommaso Becket (1118-1170). Questi, Lord Cancelliere del Regno sin dal 1154, fu eletto arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra nell’anno del Signore 1162. L’errore di Becket fu dichiararsi contrario agli intenti di Enrico II volti al ridimensionamento dei diritti e privilegi della Chiesa locale. Una scelta coraggiosa ma scellerata che lo condannò senza appello. Becket, infatti, fu assassinato nel dicembre del 1170 nella cattedrale di Canterbury, quasi per certo su ordine dello stesso sovrano. Nel febbraio 1173 venne proclamato santo e martire della Chiesa da papa Alessandro III. 

Un aneddoto narra che Enrico fosse solito brindare con vino dolce “l’uscita di scena” di ogni suo avversario o coraggioso oppositore. E così fu anche alla morte di Tommaso Becket. I servi versarono il vino nella coppa dorata del sovrano, ma quando egli lo tracannò ebbe la sgradita sorpresa di assaporare la stomachevole reminescenza del sangue al posto di quella inconfondibile dell’ambrosia. Per l’appunto, secondo il filo della storiella, il sangue dello sfortunato prelato di Canterbury. Sembra che questa novella “circolasse” tra il popolo perché deluso e contrariato dall’atteggiamento dispotico di Enrico. Del resto, quali altri mezzi possedeva la gente comune per esprimere il proprio disappunto se non quello del dileggio attraverso saghe, racconti e strambe dicerie? 

Forse altro non era che un labile racconto di osteria, poiché, per certo, il perfido Enrico si dissetò sino alla morte con dell’ottimo vino. Tuttavia fruire del nettare bacchico per gioire della morte di qualcuno non è mai cosa saggia. Enrico, dopo aver dato sfogo a desideri e smanie dì ogni genere, morì in Francia il 6 luglio dell’anno 1189, nel castello di Chinon. Lo stesso maniero, nel 1429, fu “protagonista” dell’incontro tra Giovanna d’arco e il re Carlo VII. I miseri resti di Enrico II giacciono da secoli nell’Abbazia di Fontevraud – nella regione dell’Angiò. Chissà se qualcuno tra i suoi innumerevoli detrattori “brindò” con una coppa di vino quando Enrico passò a miglior vita ...

 





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