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Pane di carestia


Nella tradizione alimentare mediterranea ed europea, un caso particolarmente interessante da seguire è quello del pane.
La storia insegna che in caso di penuria o carestia, quando dei prodotti vengono a ridursi, si mettono in opera strategie di sopravvivenza diverse tra loro, ma accomunate dalla regola generale della “sostituzione”, ossia di individuare qualcosa che si possa utilizzare al posto di qualcos’altro.
Nelle cronache è attestato che se mancava il frumento, il pane si faceva con gli altri cereali, i legumi (soprattutto fave), o nelle regioni di montagna con le castagne (detto anche pane d’albero), per passare poi alle ghiande e finire con radici ed erbe selvatiche.
Gregorio di Tours, riferendo vicende di fine VI secolo, afferma che quando una grande carestia oppresse le Gallie, molti facevano il pane con i semi dell’uva e con i fiori dei noccioli; altri con le radici di felci pressate, seccate e ridotte in polvere per essere mescolate con un po’ di farina.
In casi estremi si ricorreva alla terra, come testimoniano nel 843 gli Annali di St. Bertin, secondo i quali in molti luoghi gli uomini furono costretti a mangiare un po’ di farina mescolata alla terra ridotta in forma di pane.
La morfologia dell’alimento garantiva così continuità al sistema alimentare.
Il “pane di carestia” ricorre spesso nelle fonti medievali, perché mangiare erbe come le bestie, senza trattarle ne cuocerle era un segno animale. Mentre sottrarre le ghiande ai porci, macinarle con altri ingredienti di fortuna e tentare di ridurre il tutto in pane era un gesto umano.
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