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Il Pane della Madonna


Testo di Ivana Tanga
Giornalista e consulente tematiche lettarie di questa rivista.

 

L’icona della Vergine Maria circondata da piante di basilico, in una chiesa che profuma come un orto, è forse l’immagine che meglio sintetizza il rapporto tra le erbe e il sacro che persiste, ancora oggi, tra le pieghe della spiritualità greco-ortodossa. Un legame che affonda le radici nel paganesimo mediterraneo, nella grande religione della Madre Terra, “domina herbarum”, madre di tutte le erbe. Dalla Magna Mater mediterranea alla Madonna cristiana: il cammino è, senza dubbio, nel segno della continuità. Una continuità che emerge, di continuo, tra le maglie di una ritualità impastata di fede e superstizione, di pane e misticismo, di miti e tradizioni ancestrali. Pensiamo, ad esempio, all’abitudine, tuttora in voga nella Grecia profonda, di impastare il cosiddetto “pane della madonna” con le foglie del basilico benedetto, pianta legata alle antichissime deità della vegetazione. Quel “basilikòs”, “erba del re”,  che, la tradizione cristiana ha trasformato in “erba del Signore”, perché si crede spuntato da una goccia del sangue di Gesù crocifisso. Da Osiride a Gesù Cristo: lunga è la storia del “divino” basilico.
Come lunga, lunghissima è la storia del “sacro” pane. Da Eleusi all’Europa moderna, il cammino della spiritualità occidentale, si può dire sia lastricato di pani votivi.
E’ nel cuore dell’estate, sotto il segno di Sirio, l’astro canicolare, che la Grecia rende omaggio alle “sue” dee cristianizzate, alle sue tante “Panaghie” (le Madonne greco-ortodosse). La ricorrenza più importante cade il 15 di agosto, giorno dedicato alla “Theotokos”, alla Madre di Dio. Il digiuno imposto dalla Chiesa ortodossa per i primi quindici giorni del mese è interrotto da una grande agape gastronomica allestita fuori dai templi cristiani. La capra bollita e il pane consacrato al basilico, il cosiddetto “artoklasìa”, sono i protagonisti del banchetto mariano. Tra canti e balli, il popolo greco ricorda così la sua Grande Madre “cristianizzata”.
A Itaca, l’8 di settembre, si festeggia la veneratissima Madonna di Katharà con un banchetto rituale a base di pane e formaggio, in omaggio alla cultura pastorale dell’isola. Ancora oggi, in Grecia, in occasione delle nozze, si depone sull’altare un pane intrecciato a corona, il cosiddetto “gamelio”, che il pope benedice e offre da mangiare agli sposi al termine della cerimonia in segno propiziatorio. Impastato con miele e zafferano e cosparso di semi di sesamo, il “gamelio” è un vero e proprio inno alla fecondità. Il frutto delle api è legato a doppio filo alla sfera sessuale e al ciclo femminile. Il croco in epoca minoica era un fiore sacro alla Grande Madre, quindi simbolo della vita che si rigenera. La polvere che si estrae dai suoi stimmi, lo zafferano, era ritenuta un potente afrodisiaco. Per i greci antichi, esso propiziava l’unione coniugale, tanto che la sua polvere veniva sparsa sul talamo nuziale la prima notte di nozze. Il dio Imeneo, protettore del matrimonio, era raffigurato ammantato di una cappa giallo zafferano. Mentre, i semi del sesamo, onnipresenti nei dolci e nei pani cerimoniali della devozionalità greco-ortodossa e mediorientale, come tutti i semi, erano legati alla sfera ctonia e, quindi, al potere germinativo di Madre Terra.         
Restando in ambito mediterraneo, sarebbe, invece, miracoloso il pane che la piccola comunità irpina di Castelvetere sul Calore offre alla sua “dea loci”, la veneratissima Madonna delle Grazie, ogni 28 di aprile. E’ un pane confezionato in forma di piccole ciambelle che vengono accatastate ai piedi dell’altare secondo la tecnica dei muri a secco. Una scenografia di grande effetto, con la statua della Vergine che si erge potente come una deità naturale sul frutto della sacra spiga demetriaca. Dalla pulitura del grano, alla sfarinatura, alla confezione del pane, tutto si dipana come in una sacra liturgia, a suon di preghiere e di canti votivi, sotto il segno della Madonna. Una volta benedetti, questi pani vengono riposti in variopinti canestri e distribuiti da giovani vergini, riccamente abbigliate, di casa in casa. Si dice che questo pane si conservi integro per tutto l’arco dell’anno. Gli abitanti di Castelvetere lo custodiscono nelle proprie abitazioni per proteggersi dai terremoti e da altre calamità naturali. Un pane apotropaico, dunque, che si è dimostrato miracoloso anche nei confronti di alcune malattie.
Sant’Anna, quale novella Demetra, signora del grano e delle messi, viene festeggiata sull’isola di Ischia con la confezione del pane “cafone”. Mentre, in Calabria, in occasione di S.Lucia si prepara una “pitta” a base di orzo e avena, artisticamente decorata.   
Da tutti questi riti emerge, evidente, quella grande religione della Natura. Una religione che non si è mai veramente estinta, ma che continua a vivere, latente, nelle pieghe della religiosità popolare. E’ la religione della “Madre” che continua a vivere, a dispetto di tutto, nelle viscere della religione del “Padre”. E’ la potente “magna mater” la linfa, mai prosciugata, di una cultura che affonda le radici nel fecondo alveo della “mediterraneità”. “Solo la Grande Madre permane dalla quale deriviamo” afferma Hermann Hesse. Maria, madre di Cristo, magna mater cristiana, anche se ha preso il suo posto, continua a vivere sotto il suo segno, a nutrirsi della sua essenza, a illuminarsi della sua energia vitale. Gloriosa sopravvivenza di una civiltà che continua a vivere nel dna di quei popoli che si affacciano sulle sacre sponde mediterranee.     

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