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Bizantini e digiuno


«Non sarai schiavo del corpo ma t'impegnerai a procurare quel ch'è meglio per l'anima, che noi liberiamo per così dire da una prigione se la separiamo dalle passioni della carne» (Basilio di Cesarea).
Fra i mezzi a disposizione per indebolire la prigione del corpo e sciogliere l'anima dai ceppi c’era il digiuno. Se la gola significava il primo passo verso il cedimento alle lusinghe dei sensi, il digiuno fungeva da rimedio.
Il deserto, lontano dal lusso e dall'abbondanza, costituiva il luogo più adatto e privilegiato per tale esercizio, un percorso in bilico fra rinuncia e conservazione della vita.
Perciò gli eremiti del mondo cristianizzato (III-V sec.), indifferenti alle passioni terrene, divennero un esempio istruttivo da emulare per raggiungere la redenzione.
Nacquero così le prime comunità, istituite in Egitto e nell'area siro-palestinese, dove un numero limitato di discepoli praticava l’applicazione rigorosa dello stile eremitico.
Poi, ci fu chi propose maggiore elasticità nelle regole, si formarono allora monasteri come quello del Monte Nitria, a ovest di Alessandria, dove il riscatto dal peccato era praticato da migliaia di uomini:
«ognuno fa quel che può e quel che vuole, tanto che è possibile restare soli o in compagnia di uno o di molti.
Vi sono anche sette forni per il pane che servono a questi uomini e agli anacoreti del deserto [...] c'è una grande chiesa [...] accanto alla chiesa si trova un albergo [...] Sul monte si trovano anche medici e pasticcieri. Il vino viene usato e anche bevuto»
(Historia Lausiaca, V secolo).
In alternativa a questi percorsi di vita se ne svilupparono altri, dove si proponeva la coesistenza e la connessione con la società, come nel monastero di San Giovanni. Questa comunità, fondata nel 1088 nella deserta isola di Patmos, già alla fine del XII sec. possedeva quattro navi per il trasporto di merci nell'Egeo.
A Patmos, accanto ai monaci operavano dei laici che, pur avendo una propria famiglia, lavoravano per il convento cinque giorni a settimana.
A seconda degli statuti e delle regole il cibo offerto ai componenti delle diverse comunità poteva variare notevolmente: da un pasto a più giornalieri, da solo cibo crudo a preparazioni cotte.
L’ordinamento del convento femminile della Kecharitomene (1118) lasciava a discrezione della badessa la facoltà di organizzare la somministrazione del mangiare. Si concedevano due o tre pasti nei giorni normali (martedì, giovedì) e fine settimana, gli alimenti erano pane, formaggio e pesce, sostituito al lunedì da crostacei. Mercoledì e venerdì, giorni di digiuno, il numero dei pasti non diminuiva ma erano serviti legumi cotti con olio d’oliva e verdura fresca.
Soltanto nei lunghi periodi di astinenza (sedici settimane complessive: Quaresima - Pentecoste - Madonna - Natale), si rinunciava largamente al pesce e all'uso dell'olio, e si sostituiva il vino con acqua aromatizzata al cumino.
Il regime alimentare del Cristianesimo orientale, grazie a queste regole che offrivano una qualche possibilità di santificazione in vita, entrò negli usi di tutta la società bizantina. La sua applicazione era prevista anche nei provvedimenti disciplinari dei tribunali guidati da ecclesiastici.
Nel 1228 il metropolita Giovanni Apocauco scomunicò e condannò per assassinio durante una rissa tali Leone Taranopulos e Giorgio Stratiopulos; tra le varie pene inflitte una prevedeva l’astensione per tre anni dal consumo di carne, uova e formaggio; erano concessi: mercoledì e venerdì pane secco e acqua, lunedì e martedì legumi con olio, giovedì anche il vino, sabato e domenica il pesce.
Insomma, per compensare il proprio deficit di salvezza cristiana chi peccava doveva anche sottoporsi ad una dieta.

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