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La cena di Cipriano - Albertina Fontana


Luca Traini
Luca Traini

Testo di Luca Traini. Insegnante di Storia e Filosofia fino al 2006, da vent’anni è curatore d’arte, scrittore, conferenziere e attore. Dal 2009 ha indagato l’estetica del videogame in relazione coi beni culturali con esposizioni in prima mondiale. Amante della buona cucina, scrive di questa passione,cura recital a tema e ha ideato la mostra “Mangiare con gli occhi” per Abbiategusto 2014. E' possibile seguirlo nel suo blog

 

La Coena Cypriani

Antipasto: “Eva (prende) un frutto di fico,

una mela Rachele, Anania delle prugne,

dei bulbi Lia, olive Noè,

una salsa all’aceto Gesù”

 

Invito a cena con delitto nella Roma di papa Giovanni VIII (forse il primo a morire assassinato). E’ la Coena Cypriani, “La cena di Cipriano”, un piccolo gioiello, una satira mimata, uno “iocus” colto fra tardo antico e alto medioevo che imparai ad amare trent’anni fa, quando studiavo latino medievale alla Statale di Milano col mitico Giovanni Orlandi.

L'ho ritrovata su Amazon nell'edizione curata e tradotta da Albertina Fontana per Servitium.

L’attribuzione a Cipriano, vescovo di Cartagine nel III secolo, è fittizia: il testo originario è opera di un anonimo del V secolo. Il contesto, uno scenario dove tradizione letteraria latina e biblica sono ormai in simbiosi.  La trama, esotica e senza tempo: “Quidam rex nomine Iohel”… “Un certo re, di nome Gioele, le nozze celebrava in Oriente a Cana di Galilea, e molti invitò a partecipare alla sua cena” (la traduzione, come in tutte le citazioni che seguono, è sempre di Albertina Fontana). Il fine, didascalico (“gradevole e utile, proprio perché permette di riportare alla memoria tante vicende e tanti personaggi”, parola di Rabano Mauro): infatti gli invitati, una bella folla, sono personaggi dell’antico e del nuovo testamento, connotati dal vestiario all’alimentazione. Il tutto è ai nostri occhi a dir poco bizzarro, ma si tratta di un mondo immerso nella sfera religiosa e la sacra rappresentazione procede allegra e festosa fin quasi alla fine, quando si trasforma in dramma…

Premessa: il testo che leggiamo non è l’originale, ma una delle tre rielaborazioni operate nell’alto medioevo che hanno purgato i versi da personaggi non presenti nella sacra scrittura. Autore: Giovanni Immonide (825-880 d.C.), uno dei principali artefici della politica culturale di Giovanni VIII (papa dall’872 all’882), per il quale scrisse anche una fortunata Vita di Gregorio Magno: “Mi sono divertito con questo scherzo (ludus);/ tu, papa Giovanni,/ accettalo; ora puoi anche permetterti di ridere,/ se ne hai desiderio./ Mentre corrono tempi tristi, che tutto riducono/ A rovina,/ cogli dottrine a te care da questi versi”.

Riprendo in mano il caro Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio. 

Anno Domini 876: il papa ha da poco incoronato imperatore il suo prediletto, Carlo il Calvo, e stabilizzato il potere nell’Urbe. Nonostante il pungolo costante delle flotte saracene alleate del duca di Napoli e lo stato di guerra endemica fra potentati nella penisola italica e in Europa (roba da far impallidire i contrasti di oggi), la Pasqua può essere festeggiata in un clima di relativa tranquillità: “Con quest’opera si diletti il papa/ durante i giorni di Pasqua…/… Carlo imperatore offra/ ai suoi commensali questa Cena…/…La chiesa, per ben due volte minacciata/ può rallegrarsi”.

I brani finora citati sono tratti da lettera dedicatoria, prologo ed epilogo aggiunti dall’Immonide. Ora è il caso di entrare nel vivo della festa. La cena è servita, “risus paschalis” e ritmo carnascialesco esorcizzano la morte, ma il vero cibo è la Scrittura, l’esempio quello del profeta Ezechiele (3,1):«Figlio dell'uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi va' e parla alla casa d'Israele».

Nel dettaglio.

Antipasto: “Eva (prende) un frutto di fico,/ una mela Rachele, Anania delle prugne,/ dei bulbi Lia, olive Noè,/…/ una salsa all’aceto Gesù”.

Prima portata: “Saul porta il pane, Gesù lo spezza,/…/ offre lenticchie Giacobbe,/ solo Esaù le mangia”.

Scoppia una rissa. “Resta digiuno Giovanni,/ nulla riesce ad assaggiare Mosè,/ rimane senza cibo Gesù,/ nemmeno una bricciola raccoglie Lazzaro”.

Torna la pace e vengono serviti diversi tipi di carne, le parti distribuite naturalmente da un esperto di animali come Noè: “Adamo il fianco, la costola Eva,/ il seno Maria, Sara il ventre,/ Elisabetta la vulva,/…/ le natiche Lot, Giacobbe i piedi,/ raccoglie Ezechiele gli ossi”.

Poi è il momento del pesce, con i termini letteralmente pescati dalla Storia Naturale di Plinio il Vecchio: “Eva una murena, una pelamide Adamo,/ Giovanni una "locusta",/ un pesce spada Caino,/ Assalonne un capitone, un polpo Faraone,/ una torpedine Lia, Tamar un'orata".

Dolci: "Giovanni (porta) il miele,/ Abramo il latte; Sara fa la pasta,/ Gesù prepara i dolci, tutto serve Paolo".

Vini: "Vino passito beve Gesù, marsico Giona,/.../ Giovanni albano,/ Abele campano, vino di Signa Maria,/ Rachele fiorentino".

Effetti collaterali: "dorme ebbro Noè,/ di bere è sazio Lot, russa Oloferne,/ preda del sonno è Giona,/ veglia Pietro fino al canto del gallo/.../ Giacomo tenta di bere nella coppa di un altro./.../ chiede Pilato acqua per le mani".

Musica: "alla cetra dà un tocco Davide,/ prende in mano un timpano Maria,/ Jubal introduce il salterio,/ guida le danze Giuditta,/ canta Asaf, Erodiade danza/.../ Isacco se la ride, dà baci Giuda,/ manda saluti Jetro".

Festa in maschera: "Gesù vestito da maestro,/ Giovanni da carcerato,/ da reziario Pietro, Faraone da inseguitore,/ Nemrod da cacciatore, Giuda da traditore,/ Da ortolano Adamo, da attrice di esordi Eva".

Colpo di scena: è stato rubato qualcosa (e i furti nella Bibbia non mancano: "Beniamino (ha rubato) una coppa/ un anello con sigillo Tamar,/ Giuditta una coperta di seta,/.../ Abimelech la moglie di un altro"). C'è sgomento fra i presenti: "Geroboamo mente, prende paura Susanna,/ Rebecca arrossisce/ si lamenta Geremia".

Delitto e castigo: il re ordina un'inchiesta. E' l'inizio della parte truculenta, specchio dei tempi in cui autorità faceva sempre rima con atrocità. Il risus paschalis inizia la sua salita al Calvario. In questo genere di menù è prevista la tortura dei convitati: "Isaia è straziato, Giona spogliato,/ lapidato Geremia, accecato Tobia,/ Dina viene stuprata, ingannato Esaù,/.../ Eva interrogata, Caino risponde 'Non so',/ è trattenuto ma nega Pietro". E' previsto anche un colpevole - è così nel teatro e anche il re ne è certo. La Bibbia (Giosué, 7, 1-26) lo aveva già condannato con famiglia e greggi a una pena atroce, lapidazione: si tratta di Acan, figlio di Carmi. Sulla scena invece è previsto il linciaggio e tutta la sacra famiglia si accanisce sul capro espiatorio. La finzione prevede: "Daniele (che) lo scaraventa a terra,/ lo colpiscono/ Davide con un  sasso, con la verga Aronne,/ Gesù con una sferza di cordicelle,/ lo squarcia in due Giuda,/ Eleazar con la lancia lo trafigge".

"Lieto fine". Tutti si danno una mano a seppellire il corpo del reato: "Offre aromi Marta,/ richiude il cadavere Noè nel sepolcro,/ pose l'iscrizione Pilato,/ Giuda riceve il compenso". Il sacrificio è consumato. Ite, missa est, esodo dalla festa, tutti a casa fra le righe della Scrittura. A due versi dalla fine "sorride dell'evento Sara".

Eco ne farà il refrain de Il nome della rosa, dove la Coena Cypriani sarà anche presa a modello per un sogno di Adso. Così come era stata archetipo dei pranzi pantagruelici di Rabelais e di Sade, di film come “L’angelo sterminatore” di Buñuel, "La grande abbuffata" di Ferreri o “Invito a cena con delitto” della coppia Neil Simon/Robert Moore. Oggi la vedrei bene recitata dall'inossidabile Gigi Proietti.

Il pontificato di Giovanni non avrebbe più goduto di questa tranquillità. Soltanto un anno dopo sarebbe morto Carlo il Calvo. Due, e il papa sarebbe dovuto fuggire in Francia, a incoronare un altro imperatore – debole, balbuziente e già malato – che sarebbe morto l’anno successivo. Alla fine, nell’881, si dovette rassegnare a porre la corona in capo a un franco orientale (germanico), Carlo il Grosso, che non riuscì a fare meglio del precedente e con la cui deposizione, soltanto sei anni dopo, sarebbe finita in modo inglorioso la dinastia dei carolingi.

In un’Europa in preda a violente spinte disgregatrici, con l’amministrazione dei beni ecclesiastici ormai in balia del nascente feudalesimo e la stessa Roma, confinata nel Patrimonio di San Pietro, preda a cospirazioni di ogni genere, i disegni egemonici del papa erano destinati a un finale tragico. Nell’882 Giovanni VIII morì probabilmente assassinato dai suoi parenti, che lo fecero avvelenare e finire a colpi di martello.

L’altro Giovanni, l’Immonide, l’aveva già preceduto nella tomba col suo lieto fine.





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