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Racconti di Canterbury - Geoffrey Chaucer


Testo di Stefano Buso

I Racconti di Canterbury (titolo originale The Canterbury Tales) è una silloge di novelle stilate da Geoffrey Chaucer nel ‘300. 

L’unità testuale è foriera di movimenti e successioni ben costruite e suggestive: favoleggia, infatti, le vicissitudini di alcuni pellegrini in itinere verso la Cattedrale di Canterbury, e lì diretti per glorificare le spoglie di San Tommaso Becket. L’opera di Chaucer fu scritta nella seconda metà del 1300, in un inglese medievale dalle fattezze fluenti e precise (considerando il contesto e l’epoca). 

Il lavoro letterario non fu però terminato dall’autore a causa della sua morte che avvenne nel 1400. L’intento di Chaucher era rendere i penitenti latori di storielle evocate durante il viaggio verso Canterbury. 

L’abilità di Chaucer sta nell’impiegare un’infinità di architetture e “ingredienti” metrici, unitamente a soluzioni descrittive ad effetto. Dal punto di vista dell’esposizione The Canterbury Tales è un ferreo caposaldo della letteratura medievale, che induce il lettore a focalizzare l’attenzione su coreografie e risvolti impensabili. 

Tralasciando l’opera, stuzzica non poco chiedersi come si rifocillassero i viandanti all’epoca di Chaucer. La vita era taccagna, senza troppe attese e conforti. Chi si metteva in viaggio per mondar anima e spirito dalle lordure vitae, serbava con sé poche e sparute vettovaglie: pane raffermo a guisa di pagnotta, qualche rapa o cipollotto, raramente frutta e l’indispensabile acqua. I soldi a disposizione erano pochi, e non di rado gli erranti viaggiavano senza alcun oggetto di valore. Il motivo principale era l’assoluta povertà, ma anche il timore di esser depredati da masnade di briganti senza scrupoli, che sovente assaltavano le “carovane” di fedeli in marcia verso Canterbury. 

Concluso il pellegrinaggio, liberata l’anima da angosce e oppressioni, erano pochi i “fortunati” che lungo la via del ritorno si concedevano un pasto caldo in qualche bettola. Lì potevano consumare un mestolo di brodaglia scura di pollame, pesce bollito o arrostito sulla graticola, tocchi di lardo grasso, assieme a formaggio e pane. Anche la birra era alquanto richiesta e serviva a deglutire il rozzo desinare! L’oste veniva ripagato con i danari avuti in elemosina durante la visita al Santuario, oppure mettendosi a sua disposizione per lavoretti (taglio della legna, riparazione della stamberga, pulizie ecc). Talvolta il taverniere “offriva” una scodella di zuppa e un boccale di birra in “cambio” delle notizie nuove che il pellegrino recava con sé, in un habitat temporale dove l’informazione era inesistente, e prerogativa del resoconto orale.

Ecco perché è stimolante leggere scritti di quel tempo: danno la percezione esatta (e non falsata) del modus vivendi, delle straordinarie limitazioni cui, obtorto collo, era costretta un'ampia fetta dell’umanità. Nondimeno, pur trattandosi di una passaggio storico controverso, non mancarono le manifestazioni artistiche e letterarie giunte integre sino a noi, come il liber in oggetto. 

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