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Storia dei biscotti italiani


L’uso del pane cotto due volte, o panis siccus o biscotus (latino tardo medievale) accompagnò anche le spedizioni Crociate in Terrasanta come i lunghi percorsi sulla via delle sete o i viaggi di esplorazione marina.
Marco Polo ci parla dei biscotti, riportando l’usanza di un popolo lontano che sottoponeva il pesce ad un trattamento simile a quello del pane: “Hanno di molto buon pesce e fannone biscotto, che egli tagliano a pezzuola… gli appiccano al sale e così li mangiano tutto l’anno come biscotto”.
Una nuova era per i biscotti si ebbe con la diffusione di un ingrediente, sbarcato per la prima volta a Venezia nel 996: lo zucchero. Bracciatelle, berlingozzi, ciladoni, morselletti, mostaccioli, offelle o zuccherini venivano preparati dai cuochi di corte o all'interno delle cucine monastiche.
Già nel 1270 i fabbricanti di cialde d’Oltralpe si riunirono in corporazione. Prima in Francia e successivamente in Italia le cialde divennero una tradizione popolare ancora oggi presente nelle campagne. I venditori di queste golosità, con i cestini pieni di dolci, spesso arrotolati a cornetto e raggruppati a cinque uno dentro l’altro, frequentavano mercati, fiere e sagrati di cattedrali nei giorni di festa, mettendo anche in palio dei biscotti al gioco dei dadi.
La borghesia ottocentesca consacrò i biscotti nei riti salottieri, gustandoli con il tè, la cioccolata calda, o i vini passiti. Biscotti preparati dalle massaie di casa, ma anche da abili artigiani, venivano conservati in pittoresche scatole di latta le cui decorazioni ispiravano la soave delicatezza del contenuto.

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