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Alimentazione selvatica o domestica


Testo di Massimo Montanari tratto dal volume "La fame e l'abbondanza" - Laterza 1997

Le “Vite dei santi padri” raccontano di un anacoreta siriano che, ritiratosi in meditazione nella solitudine del deserto, scelse di vivere di sole erbe e radici.
Il nostro non sapeva però distinguere le piante buone da quelle cattive. Lo coglievano perciò dolori di ventre e conati di vomito, le forze gli mancavano e la sua forza vitali pareva sul punto di abbandonarlo. Ma ecco che dopo sette giorni di digiuno, a lui s’avvicinò una capra selvatica che prese il fascio di erbe raccolte dall’eremita e cominciò a separare con la bocca le piante velenose dalle buone. In questo modo il sant’uomo imporrò cosa mangiare e cosa rifiutare, e poté vincere la fama senza più correre alcun pericolo.
L’episodio è istruttivo, perché ci mostra la predilezione degli asceti del IV-V sec. verso un modello alimentare naturale, basato sull’uso della vegetazione spontanea. Il modello uscì rafforzato nel VI –VII sec. quando al ritiro nel deserto gli asceti europei sostituirono quello nella foresta, dove i prodotti spontanei erano decisamente più numerosi.
L’alimentazione selvatica era molto diffusa nel basso Medioevo, e il suo modello non poteva essere improvvisato , ma richiedeva un duro apprendistato legato alla conoscenza del territorio e agli insegnamenti che offrivano le figure che lo abitavano.
Pastori, boscaioli o cacciatori erano i custodi del sapere del bosco.
Nei testi e nelle carte processuali del VIII-IX sec. si cita spesso la loro preziosa collaborazione per conoscere configurazione e confini delle foreste.
L’uso della natura era legato ad una cultura che non veniva appresa nei libri ma per mezzo dell’esperienza diretta.
Il confine tra economia selvatica ed economia domestica era assai meno rigido di quanto si possa credere. Esisteva una linea mobile che si spostava in base alle esigenze della comunità.
Molte piante crescevano sia allo stato selvatico che addomesticate. La cultura dell’orto, di vitale importanza non solo nell’alimentazione ma anche nella farmacologia, s’innestava nella lunga frequentazione del mondo vegetale spontaneo.
L’ambivalenza selvatico-domestico valeva anche per gli alberi da frutto: meli, peri, cotogni ecc. in una cultura alimentare a metà strada fra lo stadio della raccolta e quello della coltivazione.
Anche l’economia della pesca era ad uno stadio intermedio fra il naturale e l’artificiale, vivai e peschiere si impiantavano in genere nei corsi d’acqua e nelle paludi. Lo stesso valeva per gli animali, e specie che oggi non esitiamo a pensare domestiche esistevano anche allo stato naturale, come il bue selvatico cacciato nelle foreste europee almeno fino al IX-X sec., o i porci domestici, allevati all’aperto nei boschi, in tutto simili ai cinghiali selvatici.
I Longobardi tenevano cervi attorno alle case, e nella stagione degli amori i bramiti disturbavano la quiete dei villaggi, tanto che nel VII sec. delle leggi si preoccuparono di disciplinarne la presenza.
Con il passare dei secoli, la valorizzazione produttiva e alimentare delle piante coltivate e degli animali domestici diventò più forte a scapito della dimensione selvatica. Impossibile indicare una cronologia precisa di questa mutazione, che fu progressiva e non rispettò ovunque gli stessi tempi.
Un momento decisivo tra i due modelli dovette verificarsi nel VII e VIII sec. quando si raggiunse il massimo dell’equilibrio e di sostegno reciproco.
L’esito delle vicende si chiarì già nel XI sec., quando Ildegarda Von Bingen scriveva che solo le piante coltivate e addomesticate dall’uomo si addicevano perfettamente alla sua alimentazione, mentre quelle che crescevano spontaneamente “contrariae sunt homini ad comedendum”.
L’interpretazione ideologica era evidente, perché a iniziare dal IX sec. in tutta Europa si erano intensificate le imprese di disboscamento e messa a coltura dei terreni ad opera di abbazie e monasteri, portando in breve tempo queste organizzazioni sociali a diventare le più ricche e potenti d’Europa.
La nascita delle città fu il segno del definitivo cambiamento del modo di affrontare il problema cibo, dove l’abbondante domanda di “civiltà” fece relegare ai margini i valori di “naturale” e “selvatico”, dando così il via al grande boom della “produzione”.

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