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Agata grande madre sicula


Testo di Ivana Tanga
Giornalista e consulente tematiche lettarie di questa rivista.


All’ombra dell’Etna, una delle montagne sacre dell’antichità, va in scena, per tre giorni, dal 3 al 5 febbraio, una manifestazione devozionale che, come riferisce Apuleio nell’ “Asino d’oro”, richiama una delle feste dedicate a Iside egizia, il “Navigium Isidis”.
Si tratta dei suggestivi festeggiamenti in onore della vergine Agata, la Grande Madre dei catanesi, perita in carcere in seguito all’amputazione dei seni. Di qui, l’antica usanza di preparare i cosiddetti “minnuzzi”, dolci votivi, a forma di seni, da consumare in memoria del martirio della “Santuzza”. Proprio dei pani a forma di mammella erano presenti nelle processioni dedicate alla dea Iside. Del resto, il seno, quale simbolo di vita, è un importante attributo delle Madri mediterranee.
A ricordare, inoltre, l’antico culto isiaco è la suggestiva processione notturna, illuminata dalla luce di grandi ceri, che attraversa Catania la notte del 5 febbraio, sotto una pioggia di fuochi di artificio e di botti. Anticamente, questa processione terminava sulla spiaggia, proprio come il “Navigium Isidis”, la festa marina dedicata alla Grande Madre egiziana. A trasportare la statua di S.Agata sono gruppi di fedeli vestiti di bianco (il colore dei sacerdoti di Iside), che, legati a delle grosse funi, procedono al ritmo dell’”annacata”, un dondolìo che sembra mimare le onde del mare. Ad aprire la processione sono le cosiddette “Candelore”, costruzioni barocche, ispirate, nella forma, a grandi ceri, raffiguranti episodi della vita della Santa martire. La presenza delle candele rimanda ai riti purificatori che si svolgevano nell’antica Roma all’inizio di febbraio, in nome della dea Februa (la cristianizzata “Candelora”). Iside, Februa, Agata: tra angeli e dei, santi e martiri, putti e satiri, in un tripudio barocco di sacro e profano, va in scena una delle più importanti feste della religiosità popolare italiana.
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