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Scrittori di cose scrittori di cibo


Articolo di Dora Marchese dottore di ricerca in Filologia moderna e in Lessicografia e semantica del linguaggio letterario europeo. Collabora con quotidiani e periodici e ha pubblicato numerosi articoli e saggi. 

 

Stralcio tratto dal cap. 2 del volume di Dora Marchese, Il gusto della letteratura. La dimensione gastronomico-alimentare negli scrittori italiani moderni e contemporanei, Roma, Carocci, 2013.

Scrittori di cose, scrittori di parole…

In occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga, il 2 settembre 1920, al «Teatro Bellini» di Catania, ha luogo una manifestazione la cui orazione commemorativa è affidata a Luigi Pirandello. Nel discorso, parzialmente rielaborato e ripetuto nella Reale Accademia d’Italia per il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dei Malavoglia, lo scrittore individua due filoni etico-culturali che percorrono la letteratura italiana: «i costruttori e i riadattatori, gli spiriti necessarii e gli esseri di lusso, gli uni dotati d’uno “stile di cose”, gli altri d’uno “stile di parole”». Fra i primi s’annovera Verga (e lo stesso Pirandello), fra i secondi d’Annunzio. 

Fu anche a causa di d’Annunzio che Pirandello dovette penare ed aspettare a lungo per il conferimento del premio Nobel. Entrambi vicini al regime fascista, Pirandello vi aderì con convinzione ma ne ricavò solo amarezze; d’Annunzio, pur con parecchie ambiguità se ne servì abilmente. Tanto riservato, pudico, schivo l’uno, tanto mondano, provocatorio, scandaloso l’altro. 

Le notevoli diversità sul piano umano e artistico, da tempo evidenziate e indagate dalla critica, si registrano anche in merito al trattamento della dimensione alimentare all’interno delle loro opere.

Il raffinato esteta d’Annunzio aborre la menzione e la descrizione dei cibi e dell’atto dell’alimentarsi che mal si armonizzano con le atmosfere rarefatte ed eleganti delle sue scenografie narrative e con il linguaggio aulico e ricercato che adopera. E se nei testi del Duca minimo le immagini conviviali sono rare e spesso ammantate di forte sensualità, in quelli di Pirandello sono frequentissime, proteiformi nei contenuti e complesse nei significati, in continua evoluzione con il maturare del pensiero e dell’arte dello scrittore.

E Verga? Lo scrittore «di cose» assegna alla funzione fagica ampio risalto nella sua produzione verista: termometro del disagio sociale e della tensione economica dei vinti, emblema della fallimentare «bramosia dell’ignoto», lente attraverso cui rappresentare sentimenti e modi di vivere. Un’urgenza della quale si ricorderà Luchino Visconti nel capolavoro La terra trema accostando agli indimenticabili paesaggi di Trezza le eloquenti nature morte dei frutti della terra e del mare.     





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