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Zuppa di Santa Lucia


Testo di Ivana Tanga
Giornalista e consulente tematiche lettarie di questa rivista.


E’ dagli albori della civiltà che il grano è in stretto rapporto con il sacro, protagonista di numerosissimi “culti agrari”. Da Iside, alla Potnia minoica, da Demetra a Cerere, il “sacro” frutto ha sempre dominato la scena cultuale delle grandi madri mediterranee. In particolare, per favorire il raccolto, gli antichi greci offrivano, ogni anno, a Demetra, una zuppa di granaglie bollite, la cosiddetta “panspermìa”. Da Eleusi al mondo cristianizzato, la “sacra” zuppa è passata quasi indenne attraverso i rivoli della storia, tanto che la ritroviamo, ancora oggi, tra le frange della “liturgia” popolare.
Le zuppe di grano, nella tradizione contadina, erano considerate beneaugurati, tanto che venivano consumate, soprattutto, nel periodo invernale, cioè, in quella fase calendariale di “crisi” vegetativa. Sono tipiche zuppe “solstiziali”, evocanti le forze produttive della Natura. Una di queste è la cosiddetta “cuccìa” che le massaie siciliane preparano il 13 dicembre in onore di Santa Lucia. E’ interessante notare come, nell’antico calendario, la festa della santa cadesse proprio il 21 dicembre, giorno del “solstizio” invernale. E’ lecito, dunque, dedurre che dietro la festa cristiana riviva l’eco di un ben più antico culto solare. A prova di ciò sta il fatto che la martire siracusana sia la protettrice della vista, senso che è legato intrinsecamente alla luce del sole. Del resto, lo stesso nome “Lucia” rimanda al termine “lux”, “luce”.
La “cuccìa” siciliana è, dunque, una zuppa “solstiziale” offerta in onore della cristiana “signora della luce”. Oggi, comunque, la si trova nelle pasticcerie siciliane per tutto l’arco dell’anno.
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