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Misticanze - Gian Luigi Beccaria


Testo di Anna Martano PREFETTO AIGS SICILIAFood writer e food teller. Direttore Accademico e Maestra di cucina e pasticceria de “I Monsù- Accademia Siciliana di Enogastronomia”. Svolge intensa attività divulgativa attraverso conferenze e convegni tematici.

 

Chi ha qualche capello grigio ricorderà che trent’anni fa, quando ancora la RAI non si affannava a correre dietro alle tv commerciali e svolgeva pienamente il suo ruolo di servizio pubblico, c’era un delizioso quiz preserale condotto, con estremo garbo, stile e simpatia da Luciano Rispoli; si intitolava “Parola mia” ed era composto da tre rubriche: Conoscere l'italiano, Usare l'italiano, Amare l'italiano.

I concorrenti si sottoponevano a delle prove riguardanti  etimologie, significati delle parole, modi di dire, sinonimi e contrari, la stesura di un pezzo di tipo giornalistico e l'analisi di brani letterari interpretati da grandi attori di prosa. Il programma andò in onda per tre stagioni, dal 1985 al 1988 con grande e positivo riscontro di pubblico. Era una trasmissione deliziosa che sapeva far compagnia, ma allo stesso tempo consentiva di imparare divertendosi.

Molto del successo del programma era, indubbiamente, ascrivibile al giudice-arbitro del quiz, Gian Luigi Beccaria, linguista, professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Torino, membro dell'Accademia della Crusca, dell'Accademia delle Scienze di Torino e dell'Accademia dei Lincei, autore di numerosi studi sulla lingua e la letteratura italiana, tra i quali questo “Misticanze – parole del gusto, linguaggi del cibo”.

Con la stessa ironia e la stessa semplicità d’approccio con cui svolgeva il suo ruolo televisivo, il Prof. Beccaria, in questo libro che si legge sorridendo e con grande facilità, racconta la lingua italiana che nella storia ha raccontato il cibo; c’è spazio per i termini dialettali dal Nord al Sud, per i brani di letteratura alta e popolare, per le etimologie curiose.

E’ così scopriamo che il termine “pietanza” trova la sua origine in pietà, poiché, originariamente, indicava il cibo che si dava ai poveri “per pietà”, così come sempre di origine conventuale è la parola “colazione” che discende da “collationes” cioè i testi, scritti da un lato in latino e dall’altro in volgare, che un monaco leggeva ai confratelli mentre questi prendevano un leggero pasto dopo le letture vespertine.

E ancora, il ratafià il cui nome, sgombrando il campo da tutta l’aneddotica che vi si è costruita intorno, deriva direttamente dal latino “rata fiat”, sia faccia quanto stabilito, perché questo liquore a base di frutta si soleva berlo a suggello di un patto o di un accordo.

Scorrendo tra le pagine, troviamo le tante espressioni legate al pane: “pani a schittu, cala rittu” ad indicare che il pane è buono già da solo e basta a sé stesso, o “u pani ‘un veni di lu Gloria Patri” per significare che il pane lo si fa con il lavoro non con le preghiere, o, lasciando la Sicilia, “il pane del padrone ha sette croste” ad indicare la fatica del lavoro e del guadagnarsi da vivere; e come non citare Dante “ Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui” che profetizza a Dante l’esilio, atteso che il pane in Toscana è sciapo, ossia senza sale.

Questo libro è un divertente, ma assai colto ed istruttivo viaggio, compiuto nel tempo e nello spazio per mezzo della parola, anzi delle parole del cibo. Perché se la parola è forza creatrice, il cibo è nomenclatura, ricchezze verbali e contrassegna identità culturali, religiose, sociali, e servono le parole giuste per raccontarlo.





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