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I biscotti di Baudelaire - Alice B. Toklas


Testo di Anna Martano PREFETTO AIGS SICILIAFood writer e food teller. Direttore Accademico e Maestra di cucina e pasticceria de “I Monsù- Accademia Siciliana di Enogastronomia”. Svolge intensa attività divulgativa attraverso conferenze e convegni tematici.

 

Nella prima metà del XX secolo Parigi era la capitale mondiale della cultura e delle avanguardie. A Parigi si stabilirono, per lungo tempo, Picasso e Paul Bowles, Hemingway e Matisse, Thorton Wilder e Braque, solo per citarne alcuni; insomma la cultura del novecento deve moltissimo alle rive della Senna. E al salotto letterario e alla generosa tavola di Gertrude e Alice. Gertrude Stein si trasferì a Parigi nel 1902 e vi rimase sino alla sua morte nel 1946; nel 1907 vi incontrò Alice Babette Toklas che divenne, e lo fu per tutta la sua vita, la sua musa, la sua compagna, la sua migliore amica, segretaria, manager, dattilografa, in un sodalizio che fu una grande storia d’amore e d’amicizia, ma anche di generosità, accoglienza, coraggio. Già, perché le due pazze americane, recuperato un vecchio furgone che chiamarono Zia Pauline, durante la Prima Guerra Mondiale sfidavano le bombe ed i tedeschi per distribuire farmaci, viveri ed altri generi di prima necessità agli ospedali dell’American Fund for French Wounded (fondazione americana per i feriti francesi). Così come, sfidando l’occupazione nazista, aiutarono i partigiani francesi della resistenza. Un po’ per ragioni squisitamente culturali e letterarie, un po’ per le difficoltà dei due periodi bellici, la loro casa era frequentatissima e alla loro tavola sedevano sempre tanti ospiti. Così Alice, era lei che amava cucinare, cominciò a raccogliere ricette nate dalla necessità di mettere assieme un pasto con quel poco che si riusciva a trovare o con ciò che forniva l’orto pazientemente coltivato, o, imparate dalle cuoche francesi o, ancora, suggerite da amici illustri, come il branzino di Picasso o la crema Josephine Baker o, ancora, i carciofi ripieni di Stravinsky, gli gnocchi di Fernanda Pivano, le mele glassate di Cecil Beaton e il caffè dublinese di James Joyce. 

 

Nel 1954 queste ricette divennero un libro ch’è molto più di un ricettario: attraverso aneddoti, commenti e ricordi è il racconto – molto ben scritto-  di un’epoca di grande fermento ma anche di grande dolore, è il racconto della straordinaria storia di due donne straordinarie che frequentarono persone straordinarie ma anche gente normalissima trovando, in ciascuno, un motivo di interesse e di dialogo. E’ un libro che diverte, incuriosisce, appassiona, commuove e insegna, non solo tante ricette, ma, soprattutto, mostra come condividendo la stessa tavola nascano grandi amicizie, grandi capolavori e grandi ideali. 





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