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Storia espedienti per rinfrescare il vino


Galeno condannava il vino freddo in quanto “nocivo allo stomaco, al cervello, ai nervi, al polmone, al petto, alle budella, alle reni, al fegato, alla milza e ai denti”.
Invece la Scuola Medica Salernitana, suggeriva che un vino poteva dirsi perfetto quando risultava «gagliardo, bello, profumato, freddo o meglio fresco».
Dello stesso avviso era Vincenzo Tanara, convinto che il bere freddo aiutasse la funzione epatica, favorisse la traspirazione, stimolasse l’appetito, tonificasse il ritmo cardiaco e ritardasse l’ubriachezza.
Per rinfrescare il vino il marchese bolognese proponeva espedienti in linea con le conoscenze del suo tempo (XVII sec).
Il primo consisteva nel lasciare fiaschi, bottiglie e orci esposti per una notte all’aria sulle finestre rivolte a settentrione per poi trasferirli all’alba in cantina, ricoprendoli di paglia, lattuga, piantaggine o altre erbe.
Il secondo sistema, il più comune, prevedeva la collocazione dei recipienti vinari a bagno in una fonte o in un pozzo, evitando quelli con acqua putrida o di cattivo odore.
Un terzo accorgimento consisteva nell’ammollare le bottiglie in un secchio, ricoprendole di salnitro e versandovi sopra un po’ d’acqua. Questo stratagemma lasciava però piuttosto perplesso il Tanara che l’aveva sperimentato personalmente senza apprezzabili risultati.
L’ultimo espediente per rinfrescare il vino contemplava l’impiego di neve proveniente dalle ghiacciaie da collocare attorno ai recipienti poco prima di portarli in tavola.
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