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Gusto in etÓ prenatale


Tendenzialmente siamo portati a credere che il gusto e l'olfatto entrino in funzione dopo la nascita, cioè con le prime poppate e la respirazione aerea, rimaniamo invece sorpresi nello scoprire la capacità di percepire sapori e odori già nella vita prenatale. 

Un tratto caratteristico della fisiologia dei sensi chimici, messo in evidenza dalle ricerche sulla sensorialità fetale degli ultimi decenni, è per l'appunto la loro precocità. 

I primi sensi a formarsi nell'embrione umano, secondo un ordine di comparsa analogo in tutti i mammiferi, sono proprio il gusto e l'olfatto; quasi in contemporanea si formano i primi recettori del tatto, seguiti dall'udito e infine dalla vista.

I ricettori olfattivi appaiono differenziati tra l'8^ e l'11^ settimana e le prime papille gustative cominciano ad apparire alla 8^ settimana per raggiungere una struttura definitiva intorno alla 14^, anche se il loro numero cresce fino alla nascita.  

Sappiamo poi che il feto comincia a deglutire il liquido amniotico alla 12^ settimana e le osservazioni ecografiche mostrano i bambini che già si succhiano le dita delle mani e dei piedi. 

La complessa composizione chimica del fluido amniotico, variabile nel corso della giornata e dell'intera gravidanza in relazione alle emissioni di urina del feto, alla composizione del plasma e dell'alimentazione materna, mette a disposizione del nascituro un insieme variegato di sostanze organiche come zuccheri, acidi, sali minerali, amminoacidi, proteine. 

Il regime alimentare della madre condiziona altresì gli odori che circolano nel liquido amniotico: non essendo metabolizzati, essi conservano le loro caratteristiche originarie. Sembrano esserci pertanto tutte le condizioni per vivere precocemente esperienze gustative e aromatiche ricche e stimolanti. Ma cosa ci assicura che i nostri sensi chimici entrino realmente in funzione prima della nascita? 

Studi effettuati su bambini prematuri dimostrano che dal 7° mese di vita intrauterina i chemio recettori sono abbastanza maturi da permettere la discriminazione dei sapori e delle sostanze profumate disciolti nel liquido amniotico, veicolati dalla circolazione sanguigna della madre. 

Ciò si comprende grazie ai movimenti della testa, all'intensa attività di deglutizione e alla motricità respiratoria del feto, che contribuiscono al rinnovamento del liquido amniotico a contatto con la bocca e con il naso. 

L'ausilio di traccianti radioattivi ha permesso di rilevare la quantità di liquido amniotico ingoiato ogni ora dal feto - nel terzo trimestre di gravidanza tra i 15 e i 40 mI quantità che nell'arco delle 24h corrisponde a 40 calorie - e la sua capacità di apprezzarlo. 

Iniettando sostanze dolci o amare nel liquido amniotico dopo la 24^ settimana gestazionale si è osservata una preferenza dei feti per il dolce e un'avversione per il sapore amaro: nel primo caso raddoppiano la quantità di liquido amniotico ingoiato e manifestano espressioni di piacere, nel secondo fanno smorfie di disgusto e cessano immediatamente di bere. 

Feti le cui madri hanno consumato anice mostrano una preferenza per questa sostanza dopo la nascita, diversamente dai neonati senza tale esposizione fetale. Siffatti esperimenti dimostrano altresì l'abilità del bambino a discriminare singole componenti in un ambiente chimico altamente composito e variabile come il liquido amniotico. 

Oltre a dimostrare l'attivazione precoce della sensibilità gustativa, alcune ricerche attestano pure come le scelte alimentari e di vita della madre (fumo, alcolici) possano svolgere un ruolo non trascurabile nell'orientare già nella vita prenatale le preferenze e le avversioni del nascituro per gusti e odori. 

Negli anni Ottanta, a Marsiglia, alcuni pediatri hanno osservato la reazione di un gruppo di neonati del luogo al gusto di una salsa particolarmente piccante a base di aglio (aioli), tipica della regione e usata abitualmente dalle madri durante la gravidanza; mettendo una piccola dose della aioli sul capezzolo prima della poppata, i bambini vi si attaccavano voracemente dando segno di riconoscere e di gradire quel sapore forte, già scoperto nel grembo materno. Neonati di Parigi, dove l'aioli non viene usata, sottoposti allo stesso esperimento rifiutavano il seno impregnato di quell'aroma per loro nuovo, girando la testa dall'altra parte. 

Al momento dello svezzamento, neonati le cui madri durante la gravidanza hanno seguito una dieta ricca di carote mostrano una preferenza per quel sapore già familiare, anche se non è stato loro riproposto nel corso dell'allattamento. 

Benché l'evoluzione chimica del liquido amniotico, e quindi il suo aroma, siano in una certa misura determinati geneticamente, è innegabile che le preferenze e le avversioni sviluppate attraverso la sua deglutizione siano l'esito di un apprendimento che influenzerà successivamente il neonato.

La conoscenza di gusti e odori già alla nascita dà luogo a mimiche della bocca e della faccia programmate geneticamente che fungono da segnali comunicativi non verbali con cui il neonato manifesta le sue predilezioni gustative. 

Fotografando le risposte oro-facciali dei neonati ai quali si era somministrato sostanze dolci, acide o amare (prima della prima poppata), J.E. Steiner ha fornito una chiara dimostrazione delle loro preferenze per gusti (e odori) diversi: a una soluzione acida essi rispondono con un'increspatura delle labbra, accompagnata da arricciamento del naso e da chiusura degli occhi; uno stimolo amaro provoca un aumento della salivazione, smorfie di disgusto e movimenti che preludono il vomito; mentre in presenza di una soluzione dolce il bambino esibisce un'espressione facciale di soddisfazione e succhia con gradimento. 

Le reazioni del neonato sono qualitativamente diverse anche quando esposto a bastoncini di cotone impregnati di odori alimentari differenti: le espressioni sono positive in risposta all'odore di burro, banana o vaniglia, unanimemente negative nel caso dell'odore di uova marce, parzialmente negative in presenza dell'odore di pesce. 

Le mimiche oro-facciali del neonato possono essere interpretate pertanto come un abbozzo di comunicazione con precisi significati per chi si relaziona al bambino. 

Se le preferenze e le avversioni esibite dai neonati per alcuni gusti sono geneticamente determinate, presumibilmente per finalità biologiche legate alla sopravvivenza, si può desumere che le abitudini alimentari di un adulto siano frutto di un apprendimento iniziato precocemente, e perciò frutto di condizionamenti familiari e socio-culturali. 

Il primo alimento assaggiato dal neonato è il latte materno; la sua forza di attrazione aromatico gustativa è tale da farglielo preferire a quello di ogni altra donna, e ciò attesterebbe ulteriormente lo sviluppo precoce del gusto e dell'olfatto nell'epoca prenatale. 

Gusto e olfatto guidano perciò le nostre prime perlustrazioni del mondo e segnano al tempo stesso l'esordio della socialità. L'odore materno, il sapore del suo seno e del suo latte ci dotano di quelle conoscenze indispensabili per l'orientamento nella nuova dimensione extrauterina. 

In definitiva per ogni essere umano la memoria gustativa e quella olfattiva acquisite nei primi periodi di vita sono molto importanti per i comportamenti alimentari successivi.

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