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Gastrosofia veloce sì, buono forse


Testo di Stefano Buso - Comunicatore ASA press - Ambasciatore dell’Accademia Italiana Gastronomia Storica

 

In un’epoca spasmodica dove tutto (o quasi) va concluso in modo rapido – sarebbe pretestuoso illudersi che sull’irrequieto versante gastronomico “la sinfonia” risuoni in modo differente. Perciò, tra gli ingredienti di una pietanza – dimessa o di progenie altolocata – non deve venire meno l’imprescindibile velocità d’attuazione! Nello specifico, quale proverbiale zelo – prima nel confezionare e poi nel cucinare il fantomatico bocconcino destinato ad adulare la gola.

In apparenza sembrerebbe une affaire trascurabile, una sorta di docile bazzecola che non scombussola la performance della prelibatezza protagonista! In verità la questione non è banale, poiché in tantissime declinazioni culinarie “il tempo” è una presenza veneranda e invalicabile. Se il leitmotiv dell’evoluto ventunesimo secolo ha fatto del “tempus fugit” un connotato indiscutibile, va annoverato che infiniti manicaretti custodiscono nei loro adorabili meandri due prerogative salienti, e vale a dire – la pazienza e il tempo per plasmarli in maniera (quantomeno) commestibile!

Se da un lato è innegabile che numerose ricette sono state alleggerite in ossequio alla penuria di tempo, rimane incontrovertibile che per taluni piatti non sussistono scorciatoie supersoniche da prendere in considerazione. Si pensi all’aulico ragù di carne o al minestrone di ortaggi freschi – autentico tributo all’acclamata e sacrosanta stagionalità gastronomica. In linea di massima è fattibile portarli a cottura sacrificando un brandello di tempo; in pratica, afferrando furbamente una serie di “percorsi fugaci” per far sì che sauce e soupe siano sull’attenti in men che non si dica.

Naturalmente in questa temeraria corsa agli ostacoli tra fornelli, mestoli e casseruole, qualche rilevante effetto collaterale si dovrà pur patire! Se ai bei tempi che furono la marmitta con “il rancio” troneggiava sul fuoco buona parte della mattinata, accertato oltre ogni ragionevole dubbio che allo stato attuale tutto procede esattamente all’opposto – è ovvio che l’epilogo mangereccio sarà assai più modesto.

Comunque sia chiaro che un minestrone “sbrigativo” non è certo meno dignitoso rispetto “al gemello” lasciato sul fuoco a bofonchiare per ore e ore. Tuttavia è lampante che una ricetta a cottura “rilassata” avrà di sicuro una sferzata di pungente sapidità in più. Archiviata definitivamente l’imperturbabile coniugazione al passato remoto – dove ansie e patemi erano eventi inusuali da trattare con qualche tisana casalinga, sopravvivendo per forza di cose nel delirante presente oberati di impegni, scadenze e lavoro, rimane inconfutabile che la gastronomia scevra dell’ingrediente Tempo è realisticamente più sbiadita e… accomodante.

Del resto i cambiamenti travolgono qualunque aspetto della quotidianità, quindi anche la virtuosa dottrina culinaria. Oltre a questo è manifesto che nessuno dispone più di quella preziosa “dote oraria” da dedicare a leccornie e ricette cavillose –, cosa invece scontata per i nostri serafici trisavoli.

A ogni buon pro, se per forza maggiore si deve spingere sull’acceleratore gastronomico polverizzando in un batter d’occhio minuti e secondi, un piccolo pegno dovrà essere scontato – soprattutto in termini di gagliardia gastronomica. Ciò assodato è auspicabile che di tanto in tanto si accarezzi una cucina a cronometro zero – mettendo da parte la frenesia di “terminare” la cottura nel più breve tempo possibile a scapito della bontà. In epilogo di questa sgrammaticata “apologia delle cose buone” che strizza sfacciatamente l’occhiolino alla cucina “slow” – ben vengano sveltezza e dinamicità in cucina – senza però tralasciare i precetti necessari alla concretizzazione di leccornie golose e gratificanti.

In buona sostanza, buono e veloce è un binomio – in linea di massima – plausibile, tenendo presente che disponendo di tempo e flemma il risultato finale del nostro ensemble culinario sarà migliore e più soddisfacente.





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