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Gastrosofia sofisticazioni e adulterazioni del cibo


Nel nostro mondo postmoderno ci sono diversi sapori inventati, non collegati a nulla, come la Coca Cola, proposti quale "cosa reale". La Coca Cola non è una cosa reale perché non è naturale. La Coca Cola è una cosa artificiale, che proprio per non avere base naturale è in grado di rappresentare la realtà nuova, immaginata, infinitamente desiderata, senza frammenti residui della vecchia slabbrata realtà. 

Gli odori (o essenze) e i sapori naturali sarebbero le prove di una presenza materiale, tracce di un'esistenza che può essere seguita fino alla fonte. Profumi e aromi artificiali evocano invece cose che non ci sono, presenze che non sono essenze ma assenze.

Possiamo chiamare le carote che sanno di cioccolato cibo sofisticato? Sì, nei plurimi significati del termine, che deriva dalla scuola filosofica dei sofisti, nei quali Socrate vedeva i propri avversari. 

Nell'antica Grecia un sofista era uno studioso, un maestro pagato per insegnare filosofia e retorica; ma era anche un dotto ritenuto abile in ragionamenti speciosi e in scetticismo morale, insomma una persona dedita a ragionamenti acuti e raffinati ma fallaci. Partendo da questo contesto ambiguo, che ha dato luogo anche al "sofisma", l'aggettivo sofisticato è giunto a indicare persona di gusti sopraffini, esigente e che desidera il meglio; ma anche qualcosa di alterato dalla originaria semplicità con l'aggiunta di sostanze impure. 

Guardiamo ora alla storia del verbo adulterare e dell'aggettivo adulterato, con le sue tante sfumature di senso. Se sofisticato nasce da una scuola filosofica, adulterato ha origine nell'ambito dei rapporti familiari, proprio come il suo contrario, genuino. Adultero è, nella forma latina, chi va "ad altre" o "ad altri". È il coniuge che sprezza la fede coniugale, viola la promessa, falsifica la purezza del patto nuziale. Adulterare è il verbo che denota tale azione, anche per quanto riguarda la contraffazione, falsificazione e corruzione del cibo, adulterato appunto. 

Il contrario del cibo adulterato è il cibo genuino, naturale, non contraffatto. Ma pure il termine genuino nasce in ambito familiare, dal latino genu ("ginocchio", plurale genua). Rievoca infatti la pratica del padre o dell'avo di sollevare da terra e accogliere come figlio naturale il neonato che veniva deposto ai suoi piedi, prendendolo sulle proprie ginocchia. Così successe al piccolo Odisseo, che la levatrice Euriclea depose appena nato sulle ginocchia del nonno Autolico. Con tale gesto simbolico veniva riconosciuto dal padre al nuovo nato il carattere di prodotto non contraffatto, vero, autentico. 

Con le etimologie bisogna sempre andarci piano, è vero. Ma anche se genuino derivasse, come altri suppone, dal verbo latino arcaico geno, generare, avrebbe sempre il significato di venire dalla nascita ed essere dunque legittimo, schietto, non contraffatto.





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