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Gastrosofia: prospettive identitarie di panino e hamburger


Il cibo è un fondamentale strumento di identità culturale. La ricetta migliore è sempre quella della mamma, perché lì (nella mamma, e in tutto ciò che essa rappresenta) si trovano, o si vogliono trovare, le radici dell'identità personale. Ma allora, quando al cibo della mamma si oppone l'hamburger di una multinazionale, ci troviamo di fronte a un conflitto tra affermazione e annullamento dell'identità? Tra identità e non-identità? 

Niente affatto. Se il villaggio globale non è un'invenzione del sociologo McLuhan ma una realtà del nostro vivere quotidiano, anche questa identità ci appartiene. Il cittadino di Arezzo (che si riconosce nel cibo della sua città e delle sue campagne) è anche cittadino di Toscana, d'Italia, d'Europa. Ciascuna di queste identità - tutte mutevoli, tutte in costruzione - vuole i suoi simboli alimentari. Il villaggio globale ha le multinazionali dell'hamburger uguali dappertutto. Pensare all'hamburger come a una non-cultura, a una non-identità, è un grave errore di prospettiva. L'hamburger possiede, sul piano simbolico, uno spessore culturale assai più profondo di quanto a prima vista non appaia. 

Del resto, l'hamburger non è mai uguale a se stesso. Dappertutto è accompagnato da studi di mercato che non parlano solo il linguaggio delle cifre ma anche (secondariamente, magari) quello dei gusti e delle tradizioni. La salsa non è la stessa ovunque. Il rapporto fra dolce e salato cambia da paese a paese. L'uniformità del gusto non esclude varianti e questo significa che perfino l'hamburger non può prescindere dalle identità locali. Oggi è persino costretto a convivere con proposte vegetariane. Forse questo significa che una convivenza fra la cucina di una multinazionale e la cucina della mamma è possibile. Diremmo di più: la stessa diffusione di modelli alimentari 'globalizzati', come quello di McDonald's e dei suoi concorrenti, paradossalmente ha eccitato la ricerca delle diversità, la ricostruzione di radici più o meno inventate, la riscoperta o reinvenzione delle tradizioni 'locali'. Il corpo sociale ha elaborato un formidabile antidoto al rischio dell'omologazione culturale. Mettere in rete le culture locali, diffonderle, farle conoscere, condividerle è stata la risposta positiva a questo rischio. Utilizzando il villaggio globale come luogo di scambio anziché di omologazione. Globalizzando la biodiversità gastronomica e culturale. 

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