Gastrosofia filiera corta e colta

Categoria: gastrosofia

Appena còlto, raccolto e mangiato subito, insomma l'espressione massima dell'immediatezza, della freschezza, della naturalità. E anche della cosiddetta «filiera corta». Ma più che corta la filiera, o meglio il cibo che passa dal campo alla tavola, deve o dovrebbe essere proprio colta. 

Dunque cibo (e relativa filiera) colto, non solo nel senso di coltivato ma proprio di istruito. Un (altro) esempio di come la sostituzione di una lettera cambia prospettiva: come corrotto e corretto. Corta nel senso di breve, meno passaggi e pochi chilometri. Sacrosanto come principio e logica ambientale ed economica. Che senso ha consumare una ciliegia prodotta in Cile se non sei da quelle parti? Aspetta il tempo giusto, la stagione, e consuma quella locale. 

Ma questo ragionamento, prassi millenaria preglobalizzazione, di semplice buon senso non sempre è il più sostenibile. Ad esempio dal punto di vista ambientale probabilmente è meno impattante far arrivare un unico Tir di pesche da un mercato spagnolo che far andare avanti e indietro tanti piccoli mezzi di trasporto che vanno a raccogliere le pesche biologiche nella campagna attorno a una città per rifornire le mense scolastiche. 

Eppure, in un'ottica sia culturale sia colturale, vale la pena approvvigionarsi del prodotto locale anche a scapito - ma bisogna dirlo - di un impatto ambientale superiore. 

In una prospettiva di costi-benefici, questi ultimi sono, con ogni probabilità, superiori ai primi: perché si stimola la produzione e l'economia agricola locale, perché si fa educazione alimentare e ambientale. Dunque filiera colta nel senso di consapevole e responsabile, senza inutili appesantimenti.