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Gastrosofia pesce di allevamento risorsa o problema?


PREFETTO AIGS SICILIA Anna MartanoFood writer e food teller. Direttore Accademico e Maestra di cucina e pasticceria de “I Monsù- Accademia Siciliana di Enogastronomia”. Svolge intensa attività divulgativa attraverso conferenze e convegni tematici.

 

L’allevamento di pesce rappresenta un eccellente sistema per produrre proteine animali destinate al consumo umano, almeno dal punto di vista delle risorse necessarie per la produzione; per ciascun chilogrammo di massa corporea un bovino necessita di 6,8 kg di mangime, un suino di 2,9 kg, un pollo di 1,7 kg e un salmone di appena 1,1 kg.

Detta così sembrerebbe che la piscicoltura sia la chiave per risolvere il problema alimentare nel mondo. Le cose, ahinoi, non stanno propriamente così, perché la piscicoltura pone altri problemi di non inferiore gravità. L’allevamento intensivo di specie ittiche, soprattutto nel Sud-Est asiatico, ha determinato non pochi problemi di inquinamento costiero: fasce sempre più estese di foresta costiera di mangrovie – piante fondamentali per l’equilibrio ecologico dell’area- sono state cancellate per lasciare spazio agli allevamenti che rilasciano azoto e fosforo, sostanze altamente inquinanti, in grandi quantità; inoltre gli allevatori, per prevenire le morie di pesci, impiegano antibiotici e pesticidi proibiti in Europa e negli Stati Uniti.

Se consideriamo che nel Sud-Est asiatico si produce il 90% del pesce d’allevamento del mondo, si comprenderà come questo tipo di attività costituisca un grave rischio per la salute del Pianeta e di noi tutti. Seppur in misura meno grave il problema si pone anche con gli allevamenti intensivi di salmoni nell’Atlantico per la maggior parte norvegesi e cileni. Una soluzione potrebbe essere rappresentata dall’allevamento a terra in vasche controllate; ma anche questa non risulta immune da controindicazioni: se l’85% dell’acqua delle vasche viene riciclato e riutilizzato, il restante 15% va rimpiazzato e quindi c’è un notevole consumo di risorse idriche circa un milione di metri cubi d’acqua al giorno; non solo, il 15% che viene sostituito è quello che non può essere riutilizzato perché carico di escrementi e ammoniaca e quindi va smaltito.

Si stanno sperimentando metodi per aumentare la quota di acqua riciclata e per utilizzare il metano prodotto dai rifiuti organici degli animali; la strada è ancora lunga e richiederebbe notevoli investimenti per la ricerca e la sperimentazione. Un’altra possibile soluzione è rappresentata dall’allevamento offshore, cioè in mare aperto a parecchie miglia dalla costa; le gabbie in mare aperto sono meno affollate e costantemente attraversate da onde e correnti, quindi la diluizione dell’acqua previene malattie e inquinamento. I ricercatori, non trovando residui organici fuori dalle gabbie, ipotizzano che vengano mangiati dal plancton. Certo la distanza dalla costa fa aumentare i costi di produzione.

Il Prof. Cross, della University of Victoria, sta sperimentando un metodo che potrebbe rappresentare la svolta, basato sulla policoltura dell’antica Cina. I contadini cinesi allevavano anatre e maiali e usavano il concime per la coltivazione di alghe di stagno con le quali allevavano le carpe; queste venivano poi liberate nelle risaie dove si nutrivano dei parassiti e delle erbe infestanti, concimavano il riso e, infine, venivano pescate per essere mangiate.

A largo di Vancouver, si sta facendo una cosa simile: sotto corrente rispetto alle gabbie di allevamento del pesce, vengono poste reti piene di ostriche, cozze e altri molluschi che si nutrono delle escrezioni dei pesci; accanto alle reti si coltivano filari di kelp, un’alga bruna usata per il sushi ma anche in farmacia, che depura l’acqua eliminando i nitrati e il fosforo emessi dai pesci. Sul fondo, più in basso rispetto alle gabbie dei pesci, si allevano i cetrioli di mare che si nutrono dei residui più pesanti e che sono largamente consumati e ritenuti una prelibatezza in Cina e Giappone. Se questa sperimentazione avrà buon esito, allora potrà essere applicata su larga scala e potrà servire a garantire proteine a tutti nel rispetto dell’ambiente e del mare.

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