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Gastrosofia misticanza di erbe spontanee


Editoriale di Alex Revelli Sorini direttore Accademia Italiana di Gastronomia Storica pubblicato su A Tavola - il mensile della grande cucina italiana

 

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di fate che abitano nei prati e nei boschi: le fate erbe spontanee. Alcune sono più celebri di altre, perché posseggono proprietà nutritive e terapeutiche speciali. Achillea ha la capacità di arrestare il sanguinamento e curare i raffreddori. Eufrasia possiede la facoltà di curare le affezioni agli occhi. Verbena è in grado di lenire le infiammazioni e i dolori articolari.
Le tre fate e le loro sorelle potenziano le proprie capacità ogni mattina, quando i primi raggi del sole illuminano il leggero manto di rugiada che le ricopre. È a queste fate erbe che in passato le classi popolari si rivolgevano liberamente per alimentarsi e curarsi.
Purtroppo, durante il '300 l’insicurezza collettiva suscitata da carestie e peste provocò una vera e propria caccia agli spiriti maligni. Come principali colpevoli vennero additate le donne che conoscevano le “virtutes herbarum” (saper raccogliere erbe nei periodi più idonei al loro utilizzo).
Un regolamento sull’uso delle erbe spontanee e la loro funzione terapeutica venne sancito dal Concilio di Trento (metà ‘500), che bollò come atti di stregoneria gran parte dei rimedi fino ad allora adottati. Con questo metodo si creò una frattura tra la medicina popolare praticata soprattutto dalle donne, e quella accademica esercitata dagli uomini delle comunità religiose.
Le fate erbe vennero così trasformate in strumenti da streghe, e il loro “dominio” concesso solo al potere maschile.
Fortunatamente, nonostante roghi e persecuzioni, la trasmissione del sapere “verde” continuò di nascosto, di madre in figlia, e le erbe rimasero il baluardo terapeutico e alimentare della povera gente.
Problemi di stomaco, si preparava un concentrato di camomilla. Attacchi di mal di testa, ecco pronto un impiastro di anemone dei boschi. Ipertensione con gravi rischi al cuore, rimedio immediato con tisane al tarassaco. Insomma i prati e i boschi erano farmacie e botteghe alimentari sempre aperte.
Poi negli anni ’70 del Novecento, ciò che non avevano potuto le truppe degli inquisitori lo ha imposto la società dei consumi. Le pillole chimiche e il cibo industriale hanno fatto cadere in disuso le fate erbe, cancellando in molte famiglie la capacità di distinguere una foglia di cicoria da una di ortica. Prati e boschi sono diventati le aree dove giocare al softair (guerra simulata), provare l’ebbrezza del suv o sfrecciare con la moto.
Dopo quest’analisi possiamo tranquillamente cospargere diserbante ogni dove per evitare la crescita delle fastidiose erbe spontanee?
Nooooo. Anche se l’ignoranza generale impera, un piccolo esercito di “consapevoli” si sta rinfoltendo con la finalità di riappropriarsi dei valori delle fate verdi. Unitevi anche voi a questa milizia. Non ha costi d’iscrizione. Cercare erbe, germogli, steli e foglie, è un piacere senza ticket. Si può cominciare cercando le tre o quattro specie più diffuse (tarassaco o dente di leone, camomilla, achillea, malva), e con queste realizzare una misticanza. Conosco nonni che arrivano addirittura a miscelare più di quindici erbette diverse, ottenendo degli elisir di lunga vita che non hanno nulla da invidiare a ricchi piatti di pasta o carne.

Vorrei chiudere citando uno scritto del ‘500, lasciato da Pietro Aretino, nelle cui parole si esalta l’arte della misticanza:

“Non è poca dottrina saper mitigare l’amaro e l’acuto di alcune erba col sapore né amaro né acuto di alcune altre, facendo di tutte insieme un componimento si soave, che ne assaggeria a sazietà”.

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