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Gastrosofia mangiare naturale: moda o esigenza nutrizionale?


Testo di Marita Bertelli - Studentessa in Scienze dell'alimentazione e gastronomia presso Università San Raffaele Roma - Facoltà di Agraria.

 

In quest’epoca in cui tutto è tecnologico, tutto è automatizzato, molti di noi sono irresistibilmente attratti dalla corrente di pensiero opposta, che riporta in auge il mondo bucolico, naturale, meno artificioso o se vogliamo artificiale.

Il pane solo con farina macinata a pietra e lievito madre, la verdura coltivata dal nostro contadino di fiducia, le uova provenienti dal pollaio del vicino di casa. Per carità, tutti prodotti ottimi… ma siamo sicuri che naturale corrisponda obbligatoriamente a salutare? E dove si delinea il confine tra esigenza ed estremismo alimentare?

Dare una definizione di alimento naturale non è per nulla facile, e ognuno, si sa, ha la propria idea, la propria convinzione, tant’è che la Food and Drug Administration ponendo il quesito ad alcune fasce della popolazione americana ha ottenuto ben 7600 pareri!

Mangiare naturale per molti significa entrare in un supermercato, recarsi al reparto dove trovi la crusca, il pane integrale, i semi di chia, e acquistare il prodotto con l’etichetta più convincente.

Secondo lo studioso Alan Levinovitz, questa mania del cibo naturale sarebbe una vera e propria religione che fa leva sui sentimenti reconditi della popolazione e la netta distinzione tra bene (alimenti naturali) e male (alimenti creati dal bisogno dell’uomo).

Sostanzialmente, di cosa stiamo parlando? In fondo, se ci pensiamo, un cibo realmente “naturale” non esiste… l’uomo dall’alba dei tempi ha sempre tentato di manipolare la natura a suo piacimento, e la maggioranza delle colture di cui oggi disponiamo non sono altro che frutto di selezioni genetiche portate avanti nel corso del tempo; saranno certamente cambiate le modalità, ma appare evidente che la voglia di adattare la natura ai propri bisogni è stata sempre radicata nell’umanità.

Spopolamento di prodotti per celiaci tra chi di intolleranza al glutine neanche a pagarla, alimenti senza zucchero tra chi certo non soffre di diabete o ha problemi di linea, sono solo piccoli esempi che secondo l’antropologo Marino Niola rappresentano «rinunce spontanee, penitenze laiche, sacrifici che hanno a che fare più con la coscienza che con la bilancia».

Basterebbe un’occhiata in più all’etichetta di alcuni prodotti: uso di dolcificanti sintetici, abbondanza di grassi vegetali, e altri ingredienti non propriamente salutari.

«Eh, vabbè che sarà mai, vengono utilizzate l’acqua pura di sorgente e la frutta prodotta localmente senza pesticidi!» Come vedete, è facile porre l’accento su quelle qualità che attraggono un consumatore particolarmente coinvolto dalla moda naturalistica che va tanto di moda oggi, tralasciando l’accenno a tanti altri ingredienti spesso indesiderabili.

Vuoi paragonare il gusto delle fragole di bosco appena raccolte paragonate a quelle cresciute in serra? Parliamo certamente di due prodotti sensorialmente differenti ma a livello di salubrità sono cosi diverse? La maggioranza degli esperti afferma che, escludendo l’utilizzo di quelle sostanze utilizzate per la salvaguardia del prodotto coltivato dall’uomo, i due alimenti sono molecolarmente identici; cosa che ti tiene a precisare lo studioso Dario Bressanini: «Per un chimico una “sostanza naturale” è una molecola che già esiste in natura e viene prodotta da qualche processo o organismo» scrive Bressanini nel sul blog. «Se io poi ne faccio la copia identica in laboratorio è ancora la stessa “sostanza naturale”».

Analizzate brevemente le accezioni negative di questa corrente alimentare, il parere di numerosi studiosi e tralasciando il discorso pluri-affrontato del biologico, è tuttavia interessante la valorizzazione del cibo realmente sano e naturale, in primo luogo quando vi sia presenza di un prodotto realmente di qualità e qualora questo rappresenti un’esigenza nutrizionale e non un elemento di moda o distinzione, o non sia atteggiamento di palese fanatismo.

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