NOTIZIE gusto e analisi sensoriale


Categoria: gusto e analisi sensoriale

La festa di Gastarea musa del gusto


Le muse, figlie di Giove, sovrintendono ognuna a un ramo delle arti o delle scienze. Per la cultura classica le muse sono nove: Calliope la poesia epica, Clio la storia, Polimnia gli inni eroici, Euterpe le poesia lirica, Tersicore la danza, Erato la poesia amorosa, Melpomene la tragedia, Talia la commedia, Urania l’astronomia. Le muse, ritratte dagli artisti rinascimentali mentre si tengono per mano, secondo i mitografi indicano come le scienze e le arti siano connesse le une alle altre. Così, come il re dell’olimpo diede vita alle nove muse, Brillat-Savarin volle “dare alla luce” la decima, ritenendo l’arte della gastronomia degna di averne una. Ecco come la immagina nella sua Fisiologia del gusto

 

"Gastarea è la decima musa: essa presiede al piaceri del gusto. Potrebbe pretendere il dominio dell'universo, perché l'universo non è nulla senza la vita, e tutto ciò che vive si nutre. 

Si compiace in modo particolare dei colli su cui fiorisce la vigna, di quelli che sono profumati dall'arancio, dei boschetti dove matura il tartufo, dei paesi che abbondano di selvaggina e di frutta. 

Quando si degna di mostrarsi, appare sotto l'aspetto di una fanciulla: la sua cintura è color di fuoco, i capelli sono neri, gli occhi azzurri e le forme piene e graziose; bella come Venere, ella soprattutto è divinamente graziosa. 

Di rado si mostra ai mortali, ma la sua statua li consola della sua invisibilità. Un solo scultore è stato ammesso a contemplare quel tesoro di grazia e quell'artista amato dagli dei ha avuto tale successo, che chiunque vede il suo lavoro crede di riconoscervi i lineamenti della donna che ha più amata. 

In quel blocco venerato sono scavati i misteriosi sotterranei dove l'arte interroga la natura e la sottopone alle proprie leggi. È là che l'aria, l'acqua, il ferro e il fuoco, messi in moto da abili mani riuniscono, triturano, amalgamano e producono quegli effetti dei quali il volgo ignora la causa. Di là escono alla luce in determinate epoche le miracolose ricette, gli autori delle quali vogliono rimanere sconosciuti, perché non cercano altra gioia che la soddisfazione della coscienza né chiedono altro premio che allargare gli orizzonti della scienza e procurare numi godimenti all'umana famiglia. 

Il culto della dea è semplice: ogni giorno, al levar del sole, i suoi sacerdoti tolgono la corona di fiori che adorna la statua, ne pongono una nuova e cantano in coro uno dei tanti inni con i quali la poesia ha celebrato i beni donati dalla dea al genere umano. I sacerdoti sono dodici, presieduti dal più anziano; sono scelti fra i più sapienti e, a parità di condizione, sono preferiti i più belli. Sono di età matura; sono soggetti alla vecchiaia, mai alla decadenza: da essa li difende l'aria che respirano nel tempio. 

Le feste della dea sono tante quanti i giorni dell'anno, perché ella non cessa mai di donare i suoi benefici, ma un giorno particolarmente le è consacrato: il 21 settembre, chiamato la grande festa gastrosofica. In quella giornata solenne, la città è dalle prime ore circondata di una nuvola d'incenso; la popolazione, cinta di fiori, percorre le vie cantando le lodi della dea; i cittadini si chiamano l'un l'altro con i titoli della più amabile parentela; tutti i cuori sono mossi dai sentimenti più dolci; l'aria si carica di simpatia e diffonde in ogni luogo amore e amicizia. 

Parte della giornata scorre tra queste effusioni e all'ora stabilita dall'uso la folla accorre al tempio dove deve celebrarsi il sacro banchetto. 

Nel santuario, ai piedi della statua, è imbandita una tavola per il collegio dei sacerdoti; un'altra tavola, apparecchiata per milleduecento persone, è stata preparata sotto la cupola, pronta ad accogliere i commensali dei due sessi. 

Tutte le arti hanno concorso a ornare le due mense solenni; mai nulla di così elegante è apparso nei palazzi dei re. 

I sacerdoti arrivano con passo grave e aspetto conveniente al rito; sono vestiti di una bianca tunica di lana di cachemire orlata di ricami e una cintura dello stesso colore ne raccoglie le pieghe; la loro fisionomia esprime salute e benevolenza; dopo essersi reciprocamente salutati, si siedono. 

Già i servi, vestiti di finissimo lino, hanno posto le vivande dinanzi a loro: non sono pietanze ordinarie fatte per soddisfare volgari appetiti; su quella tavola augusta non si serve nulla che non sia stato giudicato degno e che non appartenga alla sfera trascendente, sia per la scelta delle sostanze, sia per la squisitezza del lavoro. 

I venerandi commensali sono al massimo grado delle loro funzioni: la conversazione tranquilla e profonda si aggira sulle meraviglie della creazione e la potenza dell'arte; essi mangiano con lentezza e assaporano con energia; il movimento che imprimono alle mascelle ha qualcosa di morbido; si direbbe che ogni colpo di dente ha un accento particolare e se poi lambiscono con la lingua le umide labbra, allora l'autore delle vivande che si stanno mangiando ne acquista una gloria immortale.

Le bevande, che si succedono a intervalli, sono degne di un tale banchetto; sono versate da dodici fanciulle scelte per quel giorno da un comitato di pittori e scultori; sono vestite all'ateniese, costume elegantissimo che favorisce la bellezza senza offendere il pudore. 

I sacerdoti della dea non volgono altrove ipocritamente lo sguardo, mentre mani gentili mescono loro le delizie dei due mondi; ma pur ammirando la più bella opera del Creatore, hanno sempre il volto improntato a saggezza: il modo in cui ringraziano e bevono dimostra questi due sentimenti. 

Intorno alla tavola misteriosa si aggirano re, principi e stranieri illustri venuti appositamente da ogni parte del mondo; camminano in silenzio e osservano con attenzione; essi sono venuti per istruirsi nella grande arte di mangiare bene, difficile arte che popolazioni intere ancora ignorano. Mentre tali cose accadono nel santuario, una letizia generale e brillante anima i convitati posti attorno alla tavola della cupola. Tale letizia si deve soprattutto a questo: che nessuno di loro mai è collocato vicino alla donna a cui ha già detto tutto. Così ha voluto la dea. 

A quella tavola immensa sono stati invitati, per scelta, i sapienti dei due sessi che hanno arricchito l'arte con le loro scoperte, i padroni di casa che compiono con grazia i doveri dell'ospitalità francese, i dotti di tutto il mondo ai quali la società deve importazioni utili o piacevoli e quegli uomini caritatevoli che nutrono i poveri con le spoglie opime del loro superfluo. 

Il centro è libero: vi è un grande spazio occupato da una folla di scalchi e distributori i quali offrono e trasmettono dai punti più lontani della sala tutto ciò che gli invitati possono desiderare. Là si vede, esposto in bella mostra, tutto quanto la natura, nella sua prodigalità, ha creato per il nutrimento dell'uomo. Il valore di quei tesori è centuplicato, non solo per la loro riunione, ma anche per la metamorfosi che l'arte ha fatto loro subire. Questa incantatrice ha riunito i due mondi, confuso i regni e avvicinato le distanze; l'odore esalato dalle sapienti preparazioni profuma l'aria e la colma di olezzi eccitanti. 

Frattanto, giovani belli e ben vestiti girano attorno ai convitati e offrono incessantemente coppe ricolme di vini deliziosi, ora splendenti come rubino, ora con la luce più modesta del topazio. Di tanto in tanto, valenti musici, collocati nella galleria della cupola, fanno risuonare il tempio degli accenti melodiosi di un'armonia semplice quanto bella. Allora le teste si levano, l'attenzione è attratta e durante quei brevi intervalli le conversazioni cessano, ma ricominciano poco dopo con maggiore amabilità: sembra che il nuovo dono degli dei abbia dato alla fantasia più freschezza e a tutti i cuori maggiore abbandono. 

Quando il piacere della tavola ha occupato il tempo assegnatogli, il collegio dei sacerdoti si avanza fino all'orlo del recinto; essi vengono a prendere parte al banchetto, si mescolano ai convitati e bevono assieme a loro il moka che il legislatore d'Oriente permette ai suoi discepoli. La bevanda aromatica fuma nelle tazze orlate d'oro e le belle addette al santuario percorrono la sala per distribuire lo zucchero che ne addolcisce l'amaro. Esse sono deliziose, eppure è tale l'influsso dell'aria che si respira nel tempio di Gastarea che nessun cuore femminile si apre alla gelosia. 

Finalmente il decano dei sacerdoti intona l'inno di riconoscenza; tutte le voci si uniscono, tutti gli strumenti vi si fondono; questo omaggio dei cuori s'innalza al cielo e la funzione è terminata. Soltanto allora comincia il banchetto popolare, perché non è una vera festa quella a cui il popolo non partecipa. Tavole a perdita d'occhio sono apparecchiate in tutte le strade, in tutte le piazze, dinanzi a tutti i palazzi. Ognuno siede dove gli capita; il caso unisce le condizioni sociali, le età, i rioni; tutte le mani si incontrano e si stringono cordialmente; non si vedono che risi allegri. 

Benché la città sia trasformata in un immenso refettorio, la generosità dei privati assicura l'abbondanza, mentre un regime paterno vigila con premura al mantenimento dell'ordine e a osservare che i limiti imposti dalla sobrietà non siano varcati. Presto si ode una musica viva e animata: essa annuncia la danza, la passione dei giovani. Sale immense, pedane elastiche che sono state preparate, e rinfreschi di ogni genere non mancheranno. Vi si accorre in folla, gli uni per ballare, gli altri per incoraggiare e come semplici spettatori. Si ride vedendo qualche vecchio, animato da un fuoco passeggero, offrire alla bellezza un effimero omaggio, ma il culto della dea e la solennità della festa scusano tutto. 

La gioia dura a lungo; l'allegria e il movimento sono generali, universali e si ode sonare con dispiacere l'ora che annuncia il riposo. Pure, nessuno è sordo a questo appello; tutto si è svolto con garbo; ognuno se ne va contento della propria giornata e si corica pieno di speranza negli avvenimenti di un anno cominciato sotto auspici così lieti".

Leggi news categoria gastrosofia





Stampa Stampa | Categoria Altre news di questa categoria