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Gastrosofia la cucina dei single


Testo di Caterina Salati - Studentessa in Scienze dell'alimentazione e gastronomia presso Università San Raffaele Roma - Facoltà di Agraria

 

Per molti l’Italia è la patria della famiglia. Complice l’influenza dello Stato Vaticano, ospite tra i colli romani, la tradizione e una buona dose di stereotipi, quando si pensa al “cuore” del Belpaese non si può prescindere dall’immaginare la famiglia felice, quella con madre, padre e un numero imprecisato di ragazzini.

Oggi però la verità è un’altra: la società si è evoluta e molte cose che prima sembravano inammissibili sono realtà quotidiana. Così la famiglia felice si è disgregata, i nuclei si sono “disidratati” fino all’osso, fino a raggiungere la dimensione dell’unicità.

La verità, oggi, è che i single sono tantissimi. Ci sono i single per obbligo, costretti lontano da casa per motivi di lavoro o di studio, i single convinti, che eleggono la libertà sopra ogni altra cosa, e i single momentanei, individui che stanno attraversando un momento particolare della propria esistenza e perciò si trovano soli. A prescindere dalla loro motivazione, ogni single deve comunque affrontare una serie di sfide, non ultima quella della cucina. 

Per utilizzare una “metafora alimentare” potremmo considerare la cucina dei single come una di quelle belle torte a strati in cui si sovrappongono, toccandosi ma non amalgamandosi, tre componenti: spreco, desiderio di stupire e convivialità.

Il primo dei tre ingredienti è abbastanza ovvio: lo spreco è connaturato alla vita del single, che non sempre può affidarsi alle monoporzioni (ancora abbastanza rare o costose) o ai “preparati di mammà” in versione sigillata-monodose e preferisce invece acquistare le confezioni “formato famiglia” con la conseguente necessità di buttare l’avanzo o, per i più avveduti, di surgelarlo. Lo spreco però non si riferisce solo all’aspetto prettamente fisico dell’alimentazione, ma anche a quello temporale. In moltissimi casi, nella solitudine, la cucina è considerata uno spreco di tempo: perché perdere preziosi minuti a spignattare per sé soltanto? Se non c’è un’esigenza specifica (alimentazioni particolari da seguire a causa di allergie o malattie), il single può essere quindi tentato dalla via più rapida: affidarsi al cibo da asporto o alle famigerate “apericene”.

In altri casi più rari, invece, la cucina non è affatto tempo perso perché diventa un’arma per attrarre, per sedurre e stupire l’ospite. È l’idea del “Cook to impress”, vero mantra per molti single, seppur in un contesto che non è quello del quotidiano ma piuttosto quello dell’occasione speciale. 

Senza indagare, in questa sede, il valore nutrizionale o le valenze psicologiche che derivano da questi comportamenti, possiamo invece individuarne un aspetto più squisitamente sociale, che si lega all’ultimo dei tre componenti citati anzitempo. Per i single, “Apericena” e “Cook to impress” altro non sono che due facce della stessa medaglia, la conseguenza di ciò che la condizione di “singletudine” maggiormente sottolinea, ovvero la mancanza (e la ricerca) di un convivio. L’uomo è animale sociale, la convivialità è insita nel suo essere, il banchetto è lo strumento per raggiungere questa comunione con l’altro. Se quindi l’essere da soli porta ad una convivialità mancata, ad un’assenza, il single riempie tale insufficienza con quello che è alla sua portata, sia fuori (apericena) che dentro casa (cucina come mezzo per attrarre). Se non è più vero che l’Italiano, e l’uomo in generale, sia famiglia, è però indubitabile che sia condivisione.

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