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Gastrosofia il piacere delle tavola secondo Epicuro


Epicuro, filosofo greco vissuto tra il IV e il III secolo a.c. aveva aperto la sua scuola in un giardino di Atene (o era un orto, dove si coltivavano non solo piante ornamentali, ma frutta, verdura, e magari qualche vite?). 

Dal suo nome abbiamo ereditato il termine «epicureo» per indicare un gaudente, una persona dedita ai piaceri. 

Epicuro ebbe la ventura (o sventura) di pronunciare la famosa frase:

«Principio e radice di ogni bene è il piacere del ventre: e anche ogni cosa saggia e squisita ad esso fa riferimento»; con la quale si guastò la reputazione per più di venti due secoli. 

Egli incappò nelle critiche dei platonici che ce l'avevano a morte con la culinaria, coi piaceri del mangiare e del bere, e coi piaceri in genere.

Epicuro comunque sembra considerare naturale l'analogia tra cibo materiale e cibo spirituale allorché, nell'asserzione sopra citata, sostiene che anche «le cose sagge» fanno riferimento ai piaceri del cibo, affermando così che il sapere (sophia) è sapore, e la sazietà dello spirito è appagante tanto quanto lo è la sazietà del corpo. 

Tutto l'impegno di Epicuro non impedì che l'epicureismo venisse parodiato e deriso, per esempio nella commedia di Damosseno, i Synthrophoi dove il cuoco della commedia si presenta come allievo di Epicuro, ma non come allievo-filosofo bensì come allievo-cuoco (magheiros). Insomma Epicuro poteva istruire apprendisti cuochi perché i tanti banchetti che aveva tenuto gli avevano consentito di fare ampia esperienza nel campo della culinaria, integrandola con la propria naturale disposizione.

Quasi sicuramente Epicuro non era quell'ingordo bulimico cui i contemporanei rimproveravano una smodata passione per il cibo e il vino, dicendo che la sua ingordigia lo costringeva a vomitare più di una volta al giorno. Unicamente predicava l'appagamento della fame, pare, come condizione per il saggio di assaporare la pienezza della serenità nella raggiunta pace del corpo, che sola gli può concedere di vivere senza timori né ansie. 

La dottrina di Epicuro non demonizzava il piacere, neppure quello dato dal cibo, come non lo demonizzava più Aristotele, il quale, almeno dopo aver abbandonato la teoria platonica delle idee, intraprese una parziale riabilitazione della teoria edonistica. 

Questa affermazione è dimostrata dal fatto che sarà nuovamente un cuoco l'esempio che Aristotele prenderà, nei Magna moralia, per designare positivamente l'artigiano del piacere.

Dopo aver sostenuto che il piacere offre un forte impulso alle attività che nascono da esso, e che chi agisce con piacere sarà ancora più attivo e produttivo nel suo operato di chi agisce per costrizione, Aristotele afferma che i piaceri derivano non solo dalla scienza e dalle arti teoriche, ma anche dalle arti pratiche, come dimostra l'esempio del cuoco, che nel preparare pranzi diventa «produttore professionista di piacere». 





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