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Gusto della contaminazione tra cibo e arte


Se la cucina è ormai eletta ad arte, capita anche che l’arte si ispiri al cibo. Il cibo come musa, come fonte d’ispirazione di arte, moda e design è “contaminazione”. L’Italia, si sa, è ossessionata dal cibo. Ma se pensate che sia una caratteristica recente, vi sbagliate (dopotutto basta pensare all’Arcimboldo).

Già nel ‘600, nella scuola pittorica emiliana, il cibo era al centro dell’immaginario ritratto nei dipinti. Opere di Malagoli, Barbieri (fratello del Guercino), Rivalta, Munari, Malatesta e Boselli, con nature morte, frutta, cacciagione, pesci e angurie: insomma, tutto ciò che si può trovare nei tradizionali mercati rionali.

Se ci si sposta poi nel ‘900, la contaminazione tra arte e cibo è sempre più evidente e sorprendente, soprattutto nel campo della moda, con abiti con stampe a tema alimentare. Le pere di Valentino, i tappi di Moschino, il divertente cappello hamburger di Balestratti, le scarpe con il tacco a banana di Zambon, fino alle opere di stilisti più recenti.

Vedendo tutto questo cibo indossabile ma non commestibile la domanda è una: ma non siamo un po’ ossessionati dal cibo?

La sensazione è che in testa abbiamo tutti quella cosa lì. Non il sesso, ma il cibo. In alcuni casi perfino letteralmente, come dimostra il simpatico cappello-hamburger.

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