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Gastrosofia disgusto alimentare come fattore culturale


Possiamo tranquillamente dire che oggi la reazione di molti di noi nel trovare in tavola un piatto a base di insetti sarebbe di disgusto e ribrezzo. Ma perché in Italia la carne di cavallo è una prelibatezza mentre per gli inglesi mangiare questo animale è disdicevole? Insomma chi ha ragione? Chi decide cosa possiamo mangiare e cosa no? 

Sul tema del disgusto sono stati pubblicati numerosi lavori antropologici che, per certi versi, hanno rivisto il modo d'intenderlo, considerandolo come qualcosa di culturale e non soggettivo. Mentre il gusto esprime sempre una dimensione soggettiva e appartiene alla sfera della nostra sensibilità culturale, il disgusto è una sensazione che ingloba in sé il mondo fisico e morale. 

Oggi lo studiano discipline diverse, oltre alla gastrosofia anche la psicologia, la biologia, l'antropologia culturale. In molti lo definiscono un rompicapo epistemologico per la difficoltà di fissarne i confini e per la sua mutevolezza . 

Il disgusto è stato studiato anche dalIa filosofia fenomenologica negli anni Trenta del secolo scorso e considerato un meccanismo di difesa, anche se non sempre ciò che è disgustoso è pericoloso (delle lumache possono essere disgustose ma non pericolose). 

La psicoanalisi, sempre negli anni Trenta del secolo scorso, stabilì delle connessioni tra ciò che è disgustoso e tutto ciò che striscia, s'insinua, s'annida, secerne, tutte espressioni che ci riportano al nostro aspetto primordiale. 

Tutti questi studi hanno portato alla conclusione che il disgusto è un fattore dettato dalla propria cultura ed esperienza perciò è anche un elemento che può, nel tempo, essere modificato. 

Se il disgusto è un fattore culturale, allora cosa spinge l'uomo a eliminare o introdurre nella sue abitudini nutrizionali un alimento? La risposta più naturale è la convenienza. Immaginiamo come eravamo quando abbiamo iniziato a insediarci in nuovi territori, scoprendo cose mai viste e mettendoci alla prova con fenomeni a cui non sapevamo dare una risposta. Immaginiamo ora di essere tra quegli uomini che si erano appena insediati nelle grotte di Lascaux, dove ritroviamo esempi di pitture parietali risalenti al Paleolitico: prima abbiamo scoperto come "concimare" il territorio adiacente alla nostra dimora, bastava l'azoto presente nei nostri escrementi per dare vita a piante rigogliose, poi abbiamo scoperto come controllare la crescita delle piante, quindi come coltivarle e infine come conservarle! Abbiamo poi scoperto che gli animali potevano essere sfruttati non solo come prede ma anche per l'aiuto che erano in grado di offrire nella coltivazione e nel trasporto. Non tutti gli animali però si prestavano alle nostre necessità. Il cavallo ci permetteva di percorrere tanti chilometri, il bue trainava l'aratro ... e il maiale? Il pollo? Non avevano nessuna utilità pratica ma senz'altro gli piaceva mangiare e riprodursi, e noi scoprimmo presto che era buono mangiare loro! In altre parole, trovammo il modo di sfruttare le risorse che avevamo a disposizione per nutrire noi stessi e le nostre famiglie, scegliendo metodi sempre più convenienti. 

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