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Gastrosofia cucina vegana: identitÓ, autonomia e storia.


Testo a cura di Davide Schimd Filosofo, musicista e storico, tiene conferenze divulgative su tematiche relative alla filosofia vegana e alla questione animale. Già redattore e autore presso il sito lacucinavegetariana.it, ha curato negli scorsi anni la rubrica "Anima Animale" per il mensile “Vegan Life”. E' attualmente autore SEO specialist presso veganogourmand.it e direttore del sito filosofiavegana.it

 

L'accusa culturale

L'autorevole storico dell'alimentazione Massimo Montanari sostiene, nel suo libro "Il riposo della polpetta", che la cucina vegana è attualmente affetta da due gravi difetti culturali tra essi correlati. In primo luogo la cucina vegana non è autonoma. Il vegano non crea delle ricette nuove, ma solo delle versioni “truccate” delle originali versioni carnivore. La conseguenza consiste nel secondo grave difetto per cui, imitando e riproducendo i piatti della tradizione “carnivora”, la cucina vegana finisce per confermare l'autorità di una tradizione che vuole combattere. Finisce insomma per essere contraddittoria. La cosa interessante è che lo storico Montanari ha probabilmente ragione nella descrizione della situazione. Tuttavia il giudizio finale sembra piuttosto un pre-giudizio. Siamo infatti sicuri che quelli che qui figurano come difetti culturali non siano al contrario caratteri che costituiscono il gesto culturale propriamente detto?

Autonomia

È vero, spesso il vegano prende una ricetta bella e fatta e sostituisce agli ingredienti originali degli ingredienti che “somiglino il più possibile” a quelli di partenza. In questo modo la cucina vegana compone i piatti attraverso una regola di sostituzione dei derivati animali che, sembra dire Montanari, appiattisce la creatività nella semplice ricerca del sostituto migliore. Ma che cos'è la sostituzione? È davvero così deprecabile? Forse no. La sostituzione ha radici storiche e culturali nella cucina povera e nell'utilizzo del surrogato. Vista da questa prospettiva si rivela come il modo tipicamente “umano” di affrontare la realtà della mancanza. Sostituire ciò che è venuto meno, ingegnarsi per ottenere con mezzi nuovi (e magari più efficienti) ciò che fino a prima si otteneva diversamente: questo è cultura ed è, paradossalmente, il tema cardine di tanta produzione scritta dello stesso Montanari. Si tratta di quel darsi da fare usando il cervello che è atto creatore di cultura per eccellenza. Qui invece il Montanari, spaventato dallo spauracchio del “vegano”, suggerisce  ad hoc, come modello di cultura, la sempre identica ripetizione della ricetta “originale”. Un suggerimento a cui egli stesso non crede.

Confermare l'autorità

Un altro aspetto che sfugge allo storico è la natura inevitabile di quella contraddizione per cui il vegano, volendo opporsi alla tradizione carnivora, ne conferma contemporaneamente l'autorità. Tutti noi, infatti, come appartenenti a una determinata comunità confermiamo sempre, in un certo senso, l'autorità della tradizione a cui apparteniamo. È solo a partire da una tale conferma preliminare che possiamo essere degli innovatori, dei rivoluzionari o dei tradizionalisti in senso proprio. Così Montanari accusa il vegano di sottostare a questa previa conferma che è la necessaria condizione di partenza di chiunque, innovatore o tradizionalista. E così pretende che il vegano sia un innovatore che scende dalle nuvole, dimenticando che nessun uomo è mai sceso dalle nuvole. Certo, poiché la nostra tradizione è una tradizione “carnivora”, anche il vegano si riferisce a essa e ne conferma l'autorità. Ma accusarlo di questo è come accusare un poeta di non essere originale per il semplice fatto di scrivere nella sua propria lingua madre.

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