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Gastrosofia cibo ed eros: dalla necessità al piacere


Non è certo una rivelazione affermare la stretta sintonia tra mangiare e procreare, tra gusto e sessualità, le esperienze che meglio definiscono il piacere di vivere e che, come per gli altri animali, riescono essenziali per la sopravvivenza degli individui e per la conservazione delle specie. Tuttavia il godimento che gli animali umani traggono dalla soddisfazione degli appetiti alimentari e di quelli sessuali è assai diverso da quello provato dalle altre specie animali. Tanto nel procreare quanto nel mangiare, la distanza che separa la necessità animale legata alla sopravvivenza dal desiderio umano che trascende l’impellenza fisiologica si palesa nella conversione dell’appetito naturale in un ‘appetito di lusso’ finalizzato al puro piacere.

Se gli altri animali si accoppiano solo nella fase dell’‘estro’, mangiano solo quando hanno fame e bevono solo quando hanno sete e non sono inclini a produrre e a elaborare il cibo che consumano, gli animali umani hanno trasformato queste due attività riconducibili al ‘bisogno’ naturale in due manifestazioni tipiche della cultura loro propria: l’erotismo, ovvero le varie forme in cui, indipendentemente dalla procreazione, si manifesta l’attrazione amorosa verso qualcuno (o qualcosa), e la gastronomia, ovvero l’arte del saper mangiare e del saper apprezzare il piacere che ne consegue, un piacere che solo negli animali umani è accompagnato da consapevolezza. In entrambi i casi, la bocca e la sensorialità orale sono veicoli elettivi di delizie sessuali e gustative.

Sempre alla ricerca di gratificazione del palato alternative a quelle offerte dalla natura e desideroso di prolungare i piaceri del palato e quelli sessuali, «l’uomo – osserva Roland Barthes nella sua Lettura della Fisiologia del gusto di Brillat-Savarin – deve mettere in scena, per così dire, il lusso del desiderio, amoroso o gastronomico che sia». 

Senza contare che l’erotismo, come la gastronomia, presupponendo la distinzione tra il piacere istintivo e il godimento consapevole, ci distanzia dagli altri animali nelle modalità di consumo: gli animali divorano velocemente e avidamente il loro cibo (e talvolta lo fanno anche gli umani!) e altrettanto frettolosamente si accoppiano. E checché ne pensasse Roland Barthes quando ha distinto queste due fonti edonistiche specificamente umane, negando l’esistenza di orgasmi gastronomici, l’esperienza del consumo di un cibo che riesce delizioso al palato e al naso, come ben sanno i gourmet, può mandare in estasi, procurando un piacere che nell’erotismo equivale proprio a un orgasmo, forse di minore intensità ma tale da commuovere e da suscitare gemiti e sospiri di soddisfazione.

Non v’è dubbio che un cane e un gatto traggano entrambi appagamento dal cibo e in modo non dissimile dagli umani. Per gli umani tuttavia non si tratta solo di una questione nutrizionale, e la ricerca del piacere sensoriale quando si mangia, specialmente nelle società occidentali, trascende il fabbisogno energetico, così «i nostri desideri alimentari esprimono più quello che vogliamo che quello di cui abbiamo bisogno» (Prescott). 

La consapevolezza che accompagna e precede questo piacere, anche nella scelta di cosa mangiare, di come mangiarlo e della compagnia con cui condividerlo, una consapevolezza che accresce e moltiplica il piacere stesso di consumare un cibo, è un altro aspetto che ci differenzia dagli altri animali. 

Se il senso del gusto è quello che ci procura il maggior numero di piaceri ciò si deve anche al fatto che «nel mangiare proviamo un benessere particolare e indefinibile, nascente dall’istintiva certezza che, col fatto di mangiare, compensiamo le perdite subite e prolunghiamo la nostra esistenza» (Brillat-Savarin).

Ma c’è di più. Come osserva lo scienziato cognitivo Paul Bloom, solo «le scelte umane possono essere indipendenti dal piacere, mentre per gli altri animali non è così. Se la mia cagnetta si mette a dieta, è perché l’ho deciso io, non lei». 

Stesso discorso vale per la sessualità, se pensiamo che l’astinenza sessuale, come il digiuno o le diete di qualsiasi tipo, sono frutto di scelte consapevoli motivate da ragioni religiose, filosofiche, etiche, salutiste o di carattere pratico, e perciò proprie dell’uomo.

Addirittura possiamo trarre piacere persino dal dolore: e questo sia quando consumiamo certi cibi molto piccanti come il peperoncino o il wasabi, oppure i superalcolici, sia quando consumiamo esperienze sessuali al limite del masochismo per accrescere il godimento o per trovare nuovi stimoli. 

Ciò vuol dire che «per un essere umano mangiare non è solo un piacere sensoriale e una necessità biologica, è un atto carico di significato» (Bloom). 

Solo la sensualità umana è legata all’immaginazione – e in particolare all’immaginazione deliberativa specifica degli animali umani, generata dal ragionamento linguistico – un’attività capace di nutrire il desiderio amoroso e gastronomico forse più di qualsiasi corroborante, oltrepassando i limiti di un’esperienza sensoriale realmente vissuta.

Che dire poi delle gustose descrizioni di un piatto, parte integrante del suo apprezzamento, e del piacere che traiamo dal suo consumo e dalla sua condivisione, e della magia delle parole mormorate, sfuggite, durante un convito amoroso, parole che accarezzano, descrivono, suggeriscono, eccitano? 

La sensazione di godimento che accompagna i nostri appetiti più carnali è legata infatti anche al linguaggio e alle parole che la esprimono e la arricchiscono. 

Uno dei più grandi godimenti della tavola sta proprio nel mangiare discutendo di ciò che si mangia, nel commentare un piatto, i suoi profumi, i suoi sapori e la sua consistenza, nell’indovinare i singoli ingredienti, insomma nella gioia di apprezzarlo, e di celebrarlo: e prima ancora, nell’eccitante impulso a concepirlo e a realizzarlo. Nella convivialità «il piacere di un sapore – scrive l’antropologo sensoriale David Le Breton – si accentua se qualcuno ne parla in modo da risvegliare negli altri una sensazione simile alla sua. 

La narrazione di un pasto lo prolunga per altre vie, ne fa risorgere i sapori nell’immaginazione». 

In genere, il cibo ben raccontato, non è solo un vero e proprio esercizio sensoriale ma è anche un complesso compito cognitivo che ridesta l’appetito di chi ascolta o legge: «il segno evoca le delizie del suo referente nel momento stesso in cui ne traccia l’essenza» (Barthes). 

E le righe che seguono ne sono un prova:

“La caponata è tiepida, sugosa, le melanzane colano un umore appena gelatinoso, con quel poco di rosa dell’estratto di pomodoro, come l’interno delle cosce delle bionde; i capperi, nascosti tra gli altri ingredienti, li puoi indovinare quando li schiacci tra la lingua e il palato, la cipolla fina fina, che neanche te ne accorgi, è evanescente, compagna ideale delle altre verdure”. (Torregrossa)

Il piacere di mangiare insieme e di conversare piacevolmente a tavola – le cui origini risalgono verosimilmente ai primi esperimenti di cottura degli ominidi, un rito che si prolunga ancora fino ai nostri giorni – consolidando rapporti amorosi, d’amicizia, d’affari o intellettuali, raffina l’esercizio del gustare; e in certi casi la condivisione del godimento procurato dal cibo è la sola forma di erotismo che sopravvive tra due vecchi amanti. 





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