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Gastrosofia chi ben mangia va in paradiso


Dagli albori della civiltà si è sviluppata un’etica sociale dell’alimentazione, seconda la quale l’uomo forte, il nobile, il potente, si qualificava come colui che mangiava molto e bene. La forza del corpo e perciò dell’agire, era tenuta in gran conto, quando all’essere umano era richiesto prevalentemente l’esercizio fisico.
Ma il cibo, da sempre, è stato anche identificato come mezzo per mettersi in contatto con la divinità. “Il cibo sale sull’altare, viene offerto a Dio, mangiato insieme a Dio e diventa sacro, tutte le volte che Dio ha qualcosa da dire agli uomini il cibo è sempre presente”.
Anche nella Bibbia spesso si descrivono cene e convivi, essi sono strumento di trasmissione per le qualità di un essere all’altro, grazie ai vincoli che nascono tra coloro che si nutrono dello stesso alimento. In tal modo si attribuiscono ai vari cibi i diversi significati e si determinano le consuetudini e le tradizioni.
Tant’è, che la tavola e quella festiva in particolare, continua ad essere a tutt’oggi il momento d’aggregazione della famiglia e il pranzare con altri mantiene il significato di amicizia e di riguardo.
La scelta dei cibi dimostra l’importanza della situazione, qualificandola con piatti specifici.
E’ grazie ad un vecchio detto popolare che vogliamo sintetizzare questa tesi.
“Chi ben mangia ben beve,
chi ben beve ben dorme,
chi ben dorme mal no pensa,
chi mal no pensa mal no fà,
chi mal no fà in Paradiso và”.

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