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Gastrosofia alimenti medievali stimolanti dell'eros


Nel Medioevo gli afrodisiaci venivano equiparati ad alimenti magici profondamente peccaminosi perché la Chiesa Cattolica accreditò la convinzione che i piaceri sessuali e persino le gioie dei sensi fossero un male. 
L’amante dell’epoca, afflitto da un amore non corrisposto o dall’impotenza, era costretto a ricorrere a rimedi illeciti che spesso sconfinavano nella negromanzia. Il dio dell’amore divenne così un demonio, e la bella Afrodite/Venere una strega in attesa di accalappiare deboli e peccatori.
Nel Medioevo, oltre a giurare sull’effetto miracoloso del cervello di piccione o della coda di rospo, agli afrodisiaci già conosciuti si aggiunsero i prodotti della natura che stimolavano fermentazioni intestinali, quali castagne, fave, ceci e tartufi.
Fu però con l’arrivo delle spezie dall’oriente, che si arricchì la scelta delle sostanze eccitanti. In questo elenco spiccavano chiodi di garofano, noce moscata, cannella, zenzero, zafferano e coriandolo.
Sempre nella stessa epoca, al fine di sopire i bollenti spiriti di dame e uomini di chiesa, si consigliava l’uso di una pianta coltivata nei monasteri. “Vitex agnus castus” alberello dai semi rotondi di colore nero che aveva un particolare principio calmante. Simile esteticamente al pepe era chiamato “il pepe dei monaci.”
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