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Gastrosofia a tavola con i Futuristi


La frequentazione che il Futurismo ebbe con pentole, forchette e pastasciutta può esser fatta risale storicamente (e ufficialmente) al 1930, abbastanza tardi rispetto al 1909, anno in cui il movimento d'avanguardia viene fondato dal geniale Filippo Tommaso Marinetti. Ma il suo interesse per il cibo, il bere e in genere tutto l'immaginario gastronomico risale, come vedremo, a molti anni prima. 

Il Futurismo si era subito contraddistinto per la volontà, del resto comune a tutte le avanguardie storiche, di "[…] rivoluzionare l'arte per cambiare la vita" (Claudia Salaris). Tale volontà coinvolge e assorbe tutti gli ambiti della creatività: letteratura, poesia, arte, architettura, moda, arredamento, design, tipografia, arti decorative, cinema, teatro, scultura, musica, urbanistica, pubblicità, sessualità, fotografia. Figuriamoci, quindi, se Marinetti poteva sentirsi in soggezione ad avviluppare anche il cibo e la cucina, con tutto il loro immaginario, nelle ampie spire del suo movimento, anzi. Questo passo, però, gli procurò non poche critiche anche da parte di molti sodali, i quali "[…] consideravano tale divertissément gastronomico una ridicola pasquinata, indegna di un movimento che, nella loro visione, avrebbe dovuto assumere invece atteggiamenti "seri", forse più prossimi agli umori novecentisti, che non a quella irridente vena che è il cemento comune delle avanguardie" (Salaris). 

Saranno invece proprio l'irriverenza, l'ironia, l'audacia, il paradosso, la creatività estrema, l'entusiasmo, l'umorismo, i presupposti determinanti, e di rottura, di tutti i movimenti d'avanguardia del Novecento, fattori ai quali lo stesso Futurismo non si sottrasse. Connotato principale era proprio il bisogno di épater, stupire e sconvolgere i ritmi sonnacchiosi di una borghesia passatista (e dei suoi simboli: opere d'arte, musei, ecc.), risvegliandola dal torpore in cui sembrava sprofondata, anche a rischio di esagerare nelle provocazioni, nelle sfide.

Ma era tutto previsto, anche il puntuale lancio di ortaggi e frutta sul palco che regolarmente condivano, è proprio il caso di dire, lo spettacolo concludendo in bellezza, e incredibile caciara, tutte le serate futuriste. Previste e cercate anche le scazzottate, i fischi, i duelli veri o presunti. Tutto rientrava nella logica e nella strategia futuriste: piegare il conformismo, abbellire la vita, renderla luminosa e veloce, dispiegare le forze del Nuovo e del Moderno per realizzare quel sogno creativo.

E anche la cucina e il cibo entrarono a pieno nel suo raggio d'azione, furono parte di un sogno, quello di Balla, di Depero, "[…] un sogno di cui per tutta la vita Depero ha sperato che si inverasse, ed è andato due volte a New York sperando di trovarlo realizzato. Il sogno che la società fosse salvata dall'arte moderna, dal gusto per il moderno. Per nostra fortuna e delizia, tutta la sua vita Depero questo sogno ha continuato a sognarlo, a sublimarlo" (Giampiero Mughini). 

Marinetti definisce compiutamente lo stretto rapporto tra la poetica futurista e il cibo nel Manifesto della cucina futurista (1930), che "[…] a buon diritto si può ritenere uno dei più interessanti contributi teorici del Futurismo degli anni Trenta" (Salaris).

Esso costituisce in un certo senso un punto d'arrivo perché, già in molte altre occasioni, il fondatore del Futurismo si era avvicinato al mondo della cucina, un atteggiamento strano per chi, come lui, era astemio tanto da meritarsi il soprannome di Caffeina d'Europa, detestava la sedentarietà e il lungo permanere a tavola.

Ad esempio col suo Le Roi Bombance. Tragédie satirique (1905), affresco di una grande abbuffata alla Rabelais ed esplicitamente dedicato "Ai grandi cuochi della felicità universale Filippo Turati Enrico Ferri Arturo Labriola", il cui secondo Atto è intitolato I cuochi della felicità universale e il Terzo L'orgia.

Una "Tragédie de la Faim (sous toutes les formes) et la satire cruelle de tous les intermédiaires, tribuns et autres entremetteurs de la foule stupide, éternellement affamée d'impossible bonheur", come scrive Marinetti in una lettera inedita a Giovanni Pascoli. Oppure ne L'alcova d'acciaio. Romanzo vissuto (1921), con l'accenno all'atteggiamento dei soldati durante il pasto. In fondo per la cucina futurista il nesso tra cibo, eros e morte è molto sentito. Anche la "materialità dell'ingozzata" (Salaris) è per Marinetti  il principale ostacolo da affrontare e sconfiggere e nel suo Manifesto del '30 si scaglierà proprio Contro la pastasciutta rea di contrastare "[…] lo spirito vivace e l'anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani i quali, nel mangiarla sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo".

La pastasciutta rappresenta quindi il principale ostacolo al sogno, un elemento disturbante che impedisce al pensiero di librarsi al di sopra delle cose. Molto meglio il riso e il pane, suggerisce Marinetti, insieme ad altre pietanze da preparare sempre con ironia, fantasia e creatività cromatica. La tavola futurista diventa così terreno di sperimentazioni molteplici: colori, forme, sapori, odori, abbinamenti, costituiscono stimoli sensoriali, tattili, visivi, olfattivi, gustativi. Insomma guai a mangiare solo per nutrirsi. Marinetti, al contrario, così scrive nel Manifesto: "Si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia". 

Qualche anno prima in occasione di un viaggio in Argentina (1926), in compagnia della moglie Benedetta Cappa, la rivista "Martin Fierro" gli organizzò a Buenos Aires un pranzo al ristorante "Principe", con un simpatico "menù personalizzato" con Antipasto alla Benedetta e Cappelletti Marinetti. Una curiosità: a quel pranzo partecipò anche Jorge Luis Borges, in onore del quale fu servito Vino Bianco Borges. 

L'attenzione futurista per la cucina e la gastronomia trova un precedente nell'articolo La cuisine futuriste, scritto dal cuoco futurista Jules Maincave e divulgato in forma d'intervista su "Fantasio" il 1° settembre del 1913. E a distanza di pochi anni l'artista parolibera Irba pubblica l'articolo Culinaria futurista. Manifesto (1920), in cui sottolinea "l'esigenza dell'estetica delle portate e l'uso del colore nelle suppellettili". Anche se fu Apollinaire, tra i primi letterati, ad aver formulato in ambito cubista una propria teoria gastronomica nell'articolo Le cubisme culinarie (1913). 

La convivialità dirompente futurista trova libero sfogo nelle tante cene organizzate, fin dal suo nascere, dal movimento marinettiano sia in Italia che all'estero. Già nel 1910 in occasione della prima serata futurista a Trieste, fu organizzato un pranzo in cui veniva invertito l'ordine delle portate. Tre anni dopo nella trattoria romana Venere in via Campo Marzio fu offerto una cena ai futuristi che ebbe risonanza anche sulla stampa. Lo stesso Marinetti in molte occasioni conviviali aveva avuto modo di scandalizzare i commensali con originali giudizi sui piatti serviti. Nella primavera del 1922 ad un pranzo nel celebre locale Gambrinus di Napoli, in compagnia dei poeti Ferdinando Russo e Salvatore Di Giacomo e del giornalista Peirce, al momento di ricevere dal cameriere, su un lungo vassoio d'oro, una magnifica spigola perché ne annusasse la freschezza, Marinetti, tra lo stupore dei commensali, esclamò: "Bellissimo, sembra un siluro!". 

Subito dopo la pubblicazione del Manifesto marinettiano alcuni esponenti di primo piano del futurismo come Fillìa (Luigi Colombo) e Nicolai Diulgheroff (autore, tra l'altro, della irresistibile ricetta Pollofiat, con cuscinetti a sfera) presero accordi con Angelo Giachino, proprietario di un ristorante a Torino, per aprire la prima taverna destinata ad incarnare in pieno gli ideali gastronomici del futurismo.

Sarà così che l'8 marzo del 1931 venne inaugurata quella che lo stesso Marinetti battezzerà Taverna del Santopalato, lo storico locale in Via Vanchiglia 2 a Torino interamente ristrutturato e decorato dagli stessi Fillìa e Diulgheroff, con rivestimenti in alluminio "[…] una grossa scatola cubica innestata per un lato in un'altra più piccina, fasciata dal pavimento al soffitto di purissimo alluminio sabbiato", menu scritti su lastre di metallo oppure dipinti, come quelli straordinari di Fortunato Depero, Fillìa, Medardo Rosso e Ugo Rozzo e quelli altrettanto belli ideati dallo stesso Fillìa, come l'Antipasto intuitivo, il Carneplastico (un fallico polpettone in verticale con uova sode di contorno, emblematicamente allusivo dell'organo maschile), il Mare d'Italia e il Dolcelastico. I giornali ne scrissero, gli artisti lo frequentavano ma per il finanziatore Deamicis, proprietario di una fabbrica di ceramiche di Albissola, fu un vero disastro commerciale. Così anche la Taverna Santopalato, dopo pochi anni, scomparve dalla scena. 

A seguire verranno organizzati pranzi futuristi anche a Novara (18 aprile 1931), a Chiavari ("aeropranzo" del 22 novembre 1931), a Genova al "Ristorante Lido D'Albaro" (7 luglio 1932), a Milano alla "Galleria Pesaro" (16 giugno 1933, banchetto-esposizione di Plastica mangiabile e il relativo Catalogovivande), quindi pranzi e banchetti ad Altare e infine a Tunisi (1937).

Lo spirito conviviale che caratterizza il movimento marinettiano ha modo di esprimersi non solo in ambito culinario ma anche in quello legato al bere. Con abile mossa Marinetti riuscirà, infatti, ad appropriarsi terminologicamente dei luoghi del bere come il "Bar" da lui ribattezzato "Quisibeve" (proprio a Roma Enrico Prampolini progetta un Quisibeve in via Cernaia), oppure più semplicemente, e direi assai felicemente, il "Ber", e legato sempre al bere è il rarissimo opuscolo Brindisi futurista di Mario Guida, datato 23 aprile 1913.

Tale spirito conviviale va di pari passo con una diffusa voglia di divertire, con ironia presente anche in esponenti di secondo piano del Futurismo. Ad esempio in Fernando Cervelli che fonda a Roma il "Teatro Vulcanico" firmando anche il foglio volante Galoppata di spaghi (1931), di straordinaria ilarità e buonumore, arricchito da un ritratto dell'autore firmato dal giovane Renato Guttuso, all'epoca futurista. Ma Cervelli accennerà a tematiche vagamente di sapore culinario anche in altri suoi libri. 

Tutto contribuisce ad esaltare l'esperienza creativa del cibo, e l'abolizione della forchetta e del coltello rientra nella strategia gastronomica futurista per favorire il "piacere tattile prelabiale" che favorisce la "poesia del corpo". Viene inoltre consigliata l'aspersione di profumi, l'ascolto della poesia o della musica, il contrasto, in uno stesso piatto, di dolce-salato, caldo-freddo, la creazione di "bocconi simultanei" che "[…] avranno nella cucina futurista la funzione analogica immensificante che le immagini hanno nella letteratura" (Marinetti). 

Gli intenti, i proclami, le ricette, i manifesti, le immagini, le iniziative marinettiane di ispirazione eno-gastronomica troveranno ideale punto d'approdo nel volume La cucina futurista (1932), firmato da Marinetti insieme a Fillìa, che "[…] dal racconto iniziale della cena nella villa del Trasimeno, dove Marinetti improvvisò la prima cena futurista per impedire il suicidio di Giulio Onesti (uno pseudonimo) il racconto è un fuoco d'artificio di episodi che si sviluppano fra genio e follia" (Sandro Morriconi). Rivelatrice degli intenti del libro è anche la fascetta editoriale che recita testualmente: Questo libro è più drammatico e più piccante di un romanzo poliziesco e di un romanzo erotico. La più grande agitazione polemica: 2000 articoli in tre mesi su tutti i giornali del mondo. Risposta ai difensori della pastasciutta. 200 formule di cucina futurista per ristoranti e quisibeve. I pranzi meno costosi e più rallegranti. 

In fondo l'esperienza gastronomica legata al Futurismo indica una sua indubbia modernità e anche un avvicinamento ai canoni della nouvelle cuisine: "[…] gli aromi insoliti, gli accoppiamenti inediti, il recupero del dolce-salato o del dolce-piccante, l'uso di pesce e carne crudi, l'eliminazione delle minestre tradizionali italiane, l'attenzione al colore e alla forma, l'architettura curata delle pietanze. In questo la gastronomia futurista ha precorso i tempi".

L'anno dopo, concludendo la lunga parabola gastronomico-futurista, l'ormai anziano fondatore del movimento, da tempo Accademico d'Italia, pubblica un questionario sulla cucina emblematicamente intitolato Verso una imperiale arte cucinaria (1938), e dove al primo punto scrive: "Credete proprio all'infrangibile dogma di una cucina italiana immodificabile e imperfezionabile chiusa in formule e ricette da applicare oggi e sempre come fecero i nostri avi?". 





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