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Gastrosofia convivio e gusto della vita


L'etimologia è evidente: 'convivio' da 'cum vivere', vivere insieme. Nel modo più semplice e immediato la parola propone un'identità fra l'atto del mangiare e quello del vivere. E, veramente, poiché il cibo è la sostanza della vita, ciò che la rende materialmente possibile, esso si presta più e meglio di ogni altra cosa ad essere assunto come metafora dell'esistenza. I due livelli - il materiale e il metaforico - s'intrecciano in modo inestricabile, il cibo e la vita si confondono l'uno con l'altro.

Le società che ci hanno preceduto hanno vissuto in modo sempre intenso, quando non angoscioso, il problema del reperimento del cibo: in modo più o meno esplicito gli sforzi comuni degli uomini, la loro volontà di organizzarsi collettivamente hanno avuto come obiettivo primario la sopravvivenza. Per questo il cibo si è caricato di tanti significati, ha assunto su di sé tutto lo spessore di cultura che la società era in grado di esprimere, riflettendone, come uno specchio, ogni aspetto ed ogni piega, palese o nascosta. 

Roland Barthes ha scritto una volta che l'assunzione da parte del cibo di significati, simboli, valori che trascendono la sua realtà nutritiva - la preminenza, in tanti casi, della "circostanza" in cui avviene il consumo sulla "sostanza" specifica del cibo: vedi il caso del caffè inteso, in contrasto con le sue proprietà eccitanti, come momento di relax - è tanto più forte quanto più le società hanno superato il problema primordiale della fame e possono permettersi di instaurare con gli alimenti un rapporto meno viscerale, più (per così dire) intellettuale.

Ma lo spessore immaginario, metaforico, comunicativo dell'atto alimentare non è certo una realtà nuova: si potrebbe anzi sostenere che il superamento del problema cibo abbia comportato un certo affievolimento - oltre che, evidentemente, una trasformazione - di quei valori. Par quasi un paradosso: nelle culture antiche, tale è l'importanza del momento conviviale rispetto al problema della sopravvivenza, che in esso si concentrano ogni sorta di attenzioni esistenziali e sociali, che finiscono per assorbire la funzione più propriamente nutritiva del cibo. 

Il banchetto, luogo in cui la vita si alimenta, diviene uno strumento - lo strumento per eccellenza - per affermare o negare i valori della vita. Gli aspetti rituali del gesto prendono il sopravvento. A banchetto, l'uomo celebra la propria rigenerazione quotidiana ma, facendolo assieme ai suoi simili, impiega quel gesto come veicolo di comunicazione con loro.

La dimensione collettiva sembra infatti connaturata alla specie umana, e il cum vivere del banchetto riproduce fedelmente tale propensione. 

"Noi", fa dire Plutarco a un personaggio delle sue Dispute conviviali, "non ci invitiamo l'un l'altro per mangiare e bere semplicemente, ma per mangiare e bere insieme". 

Mangiare soli è, al contrario, il segno precipuo della ferinità; magari, all'occorrenza, di una ferinità scelta dall'uomo come esperienza esistenziale. É il caso di tanti eremiti cristiani dell'alto Medioevo, che nella solitudine dei boschi cercano un contatto più diretto con Dio. Ma perfino in questi casi la natura inguaribilmente socievole dell'uomo non manca di manifestarsi, introducendo una sorta di convivialità con gli animali selvatici, che dividono con il santo le risorse naturali (Colombano, ad esempio, si accorda con un orso per spartire in modo equo i frutti dei rovi). 

Qualcosa del genere accade a Ivano, il cavaliere di cui narra Chrétien de Troyes nel XII secolo, quando, sospinto da un'insana follia, si allontana dal consorzio degli uomini e cerca rifugio nella foresta: ma riuscirà anche qui a farsi un commensale, dividendo il cibo con un leone (peraltro, la nostalgia di Ivano per certe forme sociali come l'uso della tovaglia o delle posate paleserà ben presto la natura puramente occasionale dell'incontro).

Insomma, se il compagno non c'è lo si inventa. E l'eccezionalità di queste "fughe dal mondo" non fa che confermare il carattere strutturalmente comunitario del modo "umano" di vivere - e di mangiare. Se non si tratta di un auto-isolamento, comunque determinato da vicende particolarissime, l'allontanamento dalla mensa comune è il segno di un'esclusione, di un relegamento ai margini del consorzio civile o della comunità di appartenenza, per un fallo che viene in tal modo esemplarmente punito. E a nessuno è consentito mangiare assieme ad un escluso, a costo di essere colpito lui stesso dalla medesima punizione: come accadde a un re d'Inghilterra che subì la censura ecclesiastica per aver mangiato assieme a due conti scomunicati dal vescovo. Lo stesso succedeva in altri ambiti sociali e culturali: per i monaci che erano incorsi in qualche mancanza, l'esclusione dalla mensa comune era nel Medioevo la prima e più appariscente forma di "scomunica".

Il rito della tavola ha dunque un valore fortemente simbolico. La mensa è il luogo fisico e metaforico in cui si segnalano appartenenza o estraneità, adesione o esclusione, ed ogni sorta di rapporti che esistano fra i membri di una comunità, al loro interno, o, all'esterno, fra comunità diverse.[…]

Da: Massimo Montanari. Convivio. Storia e cultura dei piaceri della tavola. Roma-Bari, Laterza, 1989

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