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Gastrosofia cibi strani nel mondo


Testo di Fabio Magnani. Giornalista, wine consultant, selezionatore vini. Riferimento blog: glistappati.blog.espresso.repubblica.it

Il mondo dell’enogastronomia è un intreccio di usi e costumi, un connubio che l’essere umano ha con l’esigenza di scoprire nuovi sapori, unica chiave d’accesso, forse, alle difficili porte delle incertezze culturali.
La cucina da sempre ha avuto questo potere. Attraverso le sue seduzioni si sono innamorate persone e incontrati popoli. La nostra vita è meravigliosamente legata alla cucina, non solo per puro e necessario nutrimento fisico ma anche per soddisfazione dell’anima. Il mondo dell’enogastronomia è ricco di stranezze e contrasti di vario genere e gli esempi possono essere davvero tanti.

È  il caso dell’entomologa americana che dopo aver passato una giornata a studiare i suoi amati insetti li mangia a cena perché ricchi di sostanze nutrienti. Mescolando ricette che traggono origine dagli istinti tribali con quelle di gusto occidentale. Corre voce che ci siano ristoranti che propongono menù a base di larve e insetti e chi ha provato è rimasto entusiasta.
 Se sentire parlare di “insetti in cucina” non vuol dire che si faccia cenno necessariamente a questioni di pulizia. Quelle che per alcuni sono stranezze per altri sono normalità. In Messico sono una vera leccornia le cavallette fritte.

A Singapore, tra le specialità meno cruente, c’è il serpente la cui carne è equiparabile a quella del coccodrillo.

In Cambogia le tarantole fritte sono ricercatissime e sono mangiate come noi facciamo con le brioche. Chi è stato in queste zone racconta che nei mercati si vendono tranquillamente dagli scarafaggi ai bruchi fritti, molto simili al gusto a delle patatine fritte. Per non parlare di lucertole e pipistrelli che, a questo punto aggiungo, saranno la normalità. Un’altra specialità consiste nel porre in un mortaio una particolare tipologia di scarafaggi acquatici che, una volta pestati, emanano un delizioso profumo di viola mammola.

Che dire poi delle formiche alate del Brasile che hanno conquistato i palati europei in vacanza nel paese tropicale. Coloro i quali hanno assaggiato la “tanajura” sono rimasti entusiasti. Le stramberie non sono solo estreme, spesso vengono partorite dalla genialità del marketing. È il caso della “kobe”, famosa carne di manzo giapponese da mille euro il chilo o della mania della pasta ripiena servita aperta che ha imperversato per un certo periodo, per non dimenticare la cucina che fondeva i gusti del mondo per questo chiamata “fusion”. 
Tutte mode, e poiché tali, hanno lasciato il posto ad altre follie nate tra i fornelli.

Non ultima e meno chiacchierata la straziante cucina molecolare. Straziante da ogni punto di vista: gli ingredienti usati sono chimici e dannosi.  Per onor di cronaca è giusto aprire una parentesi e far notare a chi legge che “quelli di striscia” hanno cavalcato “le molecole in cucina” per scalpore di scena ma l’hanno presa nel sacco. Tutto il vanto per aver contribuito al legiferare in merito al divieto degli ingredienti utilizzati in questo tipo di fantasia culinaria è vano. La legge, infatti, così com’ è stata concretizzata dalla gazzetta ufficiale, ne vieta l’uso ma solo se non si indica espressamente l’uso stesso nelle preparazioni. Sottile differenza. Nulla è cambiato, allora sorge spontaneo riflettere se è meglio mangiare un filetto di serpente con un filo di olio d’oliva ed una spolverata di pepe o un “raviolo impazzito” vittima della chimica.
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