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Gastrosofia il cibo come simbolo di un popolo


Certi cibi hanno un valore identitario talmente forte da diventare simbolo di un popolo, di una comunità, di un luogo. «Sì alla polenta, No al cous cous» si leggeva sul cartello innalzato qualche anno fa, in una città del Veneto, da un manifestante di un gruppo politico di tendenze xenofobe (cioè ostile agli immigrati stranieri). «Più cous cous, meno polenta» gli ribatteva il cartello innalzato da un altro manifestante d'origine nordafricana.

Il botta e risposta utilizzava la polenta e il cuscus (scritto da entrambi i protagonisti con la grafia francese cous cous) come simboli di un'identità culturale, vessilli di una battaglia da combattere per l'affermazione di sé contro l'altro. 

Individuare un gruppo umano con il cibo che lo caratterizza è un'abitudine antica. Talvolta si può trattare di un'orgogliosa auto-rappresentazione (come quando i Greci antichi si definivano «mangiatori di pane» contrapponendo la propria civiltà agricola allo stato dei "barbari" cacciatori). Più spesso queste definizioni nascono dall'esterno (sono gli "altri", dal di fuori, a definire la nostra identità alimentare) e contengono per lo più un pregiudizio negativo: appellativi come "mangiarape" o "mangiagatti", attribuiti agli abitanti di questa o quella città, non servono a descriverne e valorizzarne gli usi alimentari, ma a schernirli e irriderli. E fu in senso dispregiativo che gli emigranti italiani dell'Ottocento furono chiamati "mangiamaccheroni" (o addirittura "maccheroni", con una totale identificazione fra il cibo e coloro che lo mangiano: macaroni erano, per i francesi, gli italiani emigrati oltralpe). Ma i "mangiamaccheroni" non tardarono a rovesciare il senso di quell'epiteto, rivendicando il consumo di pasta come parte integrante della propria identità. Anche l'appellativo "mangiapolenta" nacque con una finalità derisoria, ma oggi (come abbiamo appena visto) può diventare un orgoglioso segno identitario. Lo stesso accade con il cuscus maghrebino. 

L'atteggiamento che nutriamo verso i nostri cibi, e verso quelli altrui, rispecchia il modo di pensare le differenze. Il cuscus e la polenta si possono impugnare come un'arma, come segni di una differenza insanabile. Oppure si possono offrire e condividere, aiutando gli altri a comprenderne il senso, conviviale e sociale oltre che gastronomico. Possono perfino diventare uno strumento di integrazione, per esempio inserendo il cuscus nelle mense scolastiche come alternativa alla pasta o alla polenta, per favorire la circolazione e la conoscenza dei diversi usi alimentari (pratica oggi abbastanza diffusa, dopo gli esperimenti pilota fatti negli anni Settanta). E magari si scoprirà l'esistenza di un piatto "impossibile" che mette assieme cuscus e tortellini, come quello che il bimbo marocchino di una scuola emiliana dichiarò di aver mangiato a casa sua, preparato dalla mamma, trovandolo decisamente buono. 

Testo ripreso da Produzione e consumo del cibo, accoglienza e ospitalità: vol. 3 Dal Novecento a oggi - Massimo Montanari - Ed. Laterza

 

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