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Estremismo in cucina: cosa si nasconde dietro le mode alimentari


Testo di Caterina Salati - Studentessa in Scienze dell'alimentazione e gastronomia presso Università San Raffaele Roma - Facoltà di Agraria

 

Olio di palma, carne rossa, i “quattro veleni bianchi”… Ogni giorno la lista dei “cibi tabù” si allunga, avviluppandoci come le spire di un serpente e lasciando alle sue spalle una scia di malessere e malattia.

L’idea che alcuni alimenti siano “il Male” sta diventando una delle tematiche più diffuse della cultura contemporanea, provocando da un lato la nascita di strambe mode alimentari, dall’altra l’avvento di un vero e proprio estremismo, di una sorta di “cucina integralista” fatta di restrizioni e privazione.

Così le farine bianche sarebbero colla per l’intestino, il latte “mangerebbe” le ossa, la carne rossa e l’olio di palma porterebbero al cancro al primo assaggio: meglio evitare, escludere, eliminare. Giornali e trasmissioni pseudo-scientifiche lanciano la ricerca di turno, spesso travisata o supportata da scarsissime prove scientifiche, poi i social fungono da stonata cassa di risonanza ingigantendo credenze e demonizzando intere categorie di alimenti. 

Ma cosa si nasconde, realmente, dietro questa tendenza dilagante? Sicuramente il marketing, con la sua promozione ossessiva, che svolge un ruolo fondamentale nell’accrescere i timori dei consumatori.

Le grandi aziende spesso cavalcano le mode alimentari appoggiandosi e rinforzando il giudizio della giuria popolare (ottenuto ovviamente via social) in un processo di approvazione circolare e auto-referenziale: il grande pubblico decreta che un alimento/un componente fa male – l’azienda elimina l’alimento/componente dalla sua produzione – il grande pubblico ha la conferma che l’alimento/componente faccia male perché anche la grande azienda X l’ha abolito (caso lampante di questo modo d’agire è stata la guerra all’olio di palma). 

Il marketing però è solo la punta dell’iceberg di questo fenomeno, che nasconde superficialità ma soprattutto un pensiero, limitato e limitante, che vede il cibo come mera nutrizione.

Se l’alimento, cioè, è la pura somma delle sostanze che lo compongono, se è ridotto a semplice fattore per lo sviluppo e la bellezza del corpo, al pari di un carburante o di un farmaco, eliminare da esso un componente “dannoso” è solo la base di un processo che ha come obiettivo il raggiungimento della performance perfetta, del corpo ideale. Al di là del sapore, del piacere, del benessere, dei processi emotivi che il cibo è in grado di attivare. 

Come fare dunque per non cadere in questa trappola, per non conformarci a queste mode estreme e privative? Innanzi tutto cercando di mantenere il nostro spirito critico, scardinando bufale e falsi miti attraverso una corretta informazione che parte dalle etichette alimentari e arriva agli studi di settore e alle direttive del Ministero della Salute.

In secondo luogo riappropriandoci del “piacere del cibo”, che non è ingordigia o puro edonismo, ma è percezione consapevole di ciò che mangiamo, sensibilità, duttilità e attenzione affinché dall’assunzione di un alimento emerga non solo l’elemento nutritivo, ma tutto l’universo di relazioni che l’esperienza del gusto porta con sé.

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