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Biologico etichetta vincente


Testo condiviso dal libro Pane e Bugie di Dario Bressanini

 

Dopo una crescita un po' in sordina per tutti gli anni Novanta del secolo scorso, più veloce in Europa che negli Stati Uniti, nel nuovo millennio l'agricoltura biologica è balzata al centro dell'attenzione mediatica, pur rappresentando una parte estremamente piccola della produzione agricola, sia nei paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo. In precedenza il grande pubblico non si era mai preoccupato di come un pomodoro venisse coltivato, o da dove arrivasse il latte della prima colazione. Questi argomenti, prima relegati nelle riviste specializzate di settore, hanno guadagnato rapidamente spazio sui giornali e in televisione, anche se spesso sono stati trattati in modo superficiale, poiché sia i giornalisti sia il pubblico, ormai completamente staccati dal mondo agricolo, non hanno quasi mai idea di come si producano gli alimenti. 

L'interesse per il biologico è cresciuto, e così il fatturato, provocando reazioni contrastanti. Molti scienziati non sopportano la semplificazione con cui la produzione agricola viene descritta e «venduta» ai consumatori. Pare che il biologico sia diventato all'improvviso la panacea per la salute, la biodiversità, il gusto e così via, e che i prodotti convenzionali siano al limite del tossico.  

È importante chiarire che la certificazione non è sul prodotto finale bensì sul metodo di produzione. Questo è uno degli equivoci di fondo che l'agricoltura biologica si porta dietro sin dalla nascita. 

I controlli a cui le aziende del settore sono periodicamente sottoposte accertano che la produzione non si avvalga di sostanze non autorizzate. Questo però non implica che non si possano trovare nel prodotto finale, perché potrebbero provenire da una contaminazione del suolo o dell'acqua, o essere stati aggiunti nelle fasi di trasporto o di stoccaggio. Non c'è nulla nei regolamenti che obblighi i prodotti finali ad avere determinate caratteristiche, proprio perché la legislazione si occupa solo del metodo di produzione. Purtroppo spesso si da molta importanza ai «metodi di produzione» mentre si dovrebbe più correttamente spostare l'attenzione verso i prodotti finali, e questo del biologico è un caso da manuale. 

I controlli sulla salubrità dei prodotti venduti in Italia vengono effettuati dal ministero della Salute attraverso vari laboratori autorizzati sparsi sul territorio. Vengono monitorati, con controlli a campione, i livelli massimi accettati di residui di pesticidi, i livelli di tossine dovute a funghi e muffe, i livelli di contaminazione microbiologica e così via. I prodotti biologici e quelli convenzionali debbono sottostare agli stessi limiti di legge, non essendo previsti valori specifici per il biologico. 

Le ricerche svolte negli ultimi anni dimostrano che gli alimenti convenzionali con residui di pesticidi oltre i limiti sono una piccola percentuale (nell'Unione europea il 3,99 per cento). Per i prodotti biologici il dato è ancora inferiore (1,24 per cento).

I campioni fuori norma solitamente non rappresentano una minaccia per la salute.

In Europa il continuo monitoraggio degli alimenti che assumiamo ne garantisce la sicurezza e rende i rischi sanitari derivanti dai residui di pesticidi estremamente piccoli (non possono essere nulli perché nessuna attività umana è esente da rischi, per quanto ridotti).

La comunicazione però riesce ad influenzare i consumatori che spesso basano le loro decisioni e il loro agire non sui rischi effettivi ma sulla percezioni emozionali. 

Nel caso dei pesticidi il rischio percepito è sicuramente molto superiore a quello effettivo. Ecco perché alcune persone si rivolgono ai prodotti biologici, anche se sono più costosi. C'è chi fuma, ad esempio, ma acquista prodotti biologici per ridurre il rischio da pesticidi. Una delle paure più diffuse è che queste sostanze possano provocare il cancro.

Ma perché accade tutto ciò? Forse c'è il problema che molti giornalisti, così come il lettore medio, ignorano totalmente i meccanismi che regolano le pubblicazioni scientifiche. Spesso sui giornali si ignorano le differenze tra una pubblicazione su una rivista scientifica e una comunicazione a un congresso, tra un rapporto pubblicato solo sul web e una rassegna che riassume le conclusioni di centinaia di ricerche indipendenti. 

Tutto fa brodo, tutto diventa «una ricerca dell'università X». 

Troppo spesso su giornali e riviste sembra che l'ultima pubblicazione in ordine di tempo sia sempre quella definitiva, che aggiorna tutte le precedenti, che pone la parola «fine». 

La ricerca scientifica sul mondo agroalimentare è considerata come un processo lineare e le pubblicazioni come mattoncini del Lego aggiunti a una torre sempre più alta sino ad arrivare alla verità assoluta. 

Be', non è cosÌ. Nella scienza, specialmente in campi dove gli studi sperimentali sono complessi e di difficile interpretazione, è normale che una ricerca suffraghi un'ipotesi che sarà smentita qualche anno dopo da una seconda ricerca, la quale verrà confermata o smentita da una terza. Un quarto studio potrà poi magari riconfermare lo studio originario. Insomma dobbiamo avere grande attenzione a sapere ben interpretare le comunicazioni che arrivano dal settore agroalimentare.

Per chiarire ancora meglio il concetto, come dobbiamo rispondere alla domanda: gli alimenti biologici nutrono di più? 

Sono state effettuate centinaia di ricerche, e spesso studi diversi hanno portato a conclusioni diverse, generando confusione fra i consumatori. Alcune rassegne concludevano che gli alimenti biologici hanno un contenuto superiore di alcuni nutrienti, altre invece non riscontravano differenze significative.

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