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Vino degli Etruschi


Questo prodotto della terra appartiene, insieme al pane e all’olio, agli elementi base della nostra cultura gastronomica. Ripercorrere la storia del vino significa scrivere la storia dell'uomo. Sapere e Sapore, Cultura e Coltura, Vita e Vite hanno la stessa radice etimologica.
L’arte della coltivazione della vite migrò verso l’Italia probabilmente verso il secondo millennio a.C. Dapprima in Sicilia dove i Fenici portarono un clone di Vitis Vinifera Sativa, poi in seguito nelle regioni centro-settentrionali ad opera degli Etruschi. La nostra penisola si dimostrò adattissima alla coltivazione di questa pianta, tanto che in poco tempo venne chiamata Enotria, cioè la terra del vino.
Al tempo degli Etruschi non esistevano confini tra il vino , la spiritualità e la vita quotidianità, ma tutto si amalgamava tutto si confondeva. Col vino si onoravano i morti, insieme alla danza ed al suono dei flauti doppi. Soprattutto nel ceto aristocratico, erano diffuse pratiche religiose in onore di Fufluns (Bacco), il dio del vino. Questi riti segreti e strettamente riservati agli iniziati, grazie all’ebbrezza provocata dalla bevanda, avevano il fine di raggiungere la “possessione” del dio nel mondo terreno, garantendo così in anticipo una sorte felice nell’aldilà.
Negli affreschi delle tombe di Tarquinia, in mezzo a ragazze e giovinetti danzanti tra pianticelle verdi, si ammirano coppie che brindano come se si trovassero davanti ad un mare luminoso nella frescura del paesaggio.
I semi di vite trovati nelle tombe del Chianti provano che gli Etruschi portarono questa pianta dall'oriente e l'acclimatarono in Italia. La vite etrusca aveva la forma di un alberello poiché a Populonia, racconta Plinio, era conservata una statua di Giove intagliata in legno di vite. Queste, appoggiate ad una pianta di olmo per crescere più forti, venivano circondate da siepi per essere protette dagli animali alla ricerca del pascolo.
Il vino spesso rallegrava anche lo svago dei popoli antichi. In un vaso di bucchero ritrovato a Chiusi, è possibile vedere una donna che porge un cantaro a due uomini che giocano a dadi seduti al tavolo.
In affreschi tombali tarquinesi, si osservano invece delle figure che giocano al "cottabo" (kottabos), divertimento di origine greca consistente nel lanciare il vino contenuto in una coppa contro una colonnina. Il bersaglio, simile allo stelo di una lampada, aveva due dischetti di bronzo: uno piccolo posto alla sommità sulla mano di una statuetta, ed uno grande fissatò a metà. Il giocatore, lanciando il vino della sua coppa impugnata nell'anello, doveva buttare giù il disco più alto (plastinx), in modo che cadendo su quello basso (manes) lo facesse suonare. Il cottabo, divertimento di gran moda, prevedeva un premio che poteva anche consistere nella compagnia di un fanciullo o di una fanciulla presenti al banchetto.
Gli etruschi furono grandi produttori ed esportatori di vino. Imbarcazioni cariche di anfore vinarie solcavano il Tirreno dalla Sicilia alla Gallia meridionale. A Cap d'Antibes è stato trovato il relitto di una nave contenente circa 170 anfore di Vulci.
Virgilio oltre a stilare un elenco di vini e uve in uso nel mondo antico, ci offre anche una gioiosa esaltazione della terra d'Etruria fertile d’uva e di vino.
“Salve, magna parensfrugum, Saturnia tellus
magna virum….
At quae pinguis humus dulcique uligine laeta
hic tibi praevalidas olim muiroque fluenris
sufficier Baccho vitis…. "
Georg. II, 173
(Salve, grande genitrice di messi, terra Saturnia,
grande madre di eroi.
Ma il suolo grasso e ricco di fecondi umori
e il campo coperto d'erba, fertile e ubertoso…
ti offriranno un giorno viti rigogliose e fluenti
di molto Bacco...).
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