Storia dell'alimentazione: Banchetto funebre Romano

Categoria: usi - costumi

Testo di Margherita Bedello
Soprintendenza Archeologici di Ostia Antica, Roma

Ministero Beni e Attività Culturali

Anche le società più avanzate dell’antichità, come quella romana, mettono al centro della tradizione funeraria il banchetto, quale retaggio di un uso, che si perpetuerà in forme analoghe, sebbene con spirito mutato, nel refrigerium cristiano.
Tale costume condizionò la struttura architettonica delle tombe, così come è testimoniato nelle necropoli di Ostia e Porto. In questi sepolcreti (II sec.) è attestata la presenza di letti triclinari in muratura posti sia all’esterno che all’interno dei monumenti funerari, funzionali alla pratica del banchetto.
Nella necropoli ostiense della Via Laurentina, altrimenti detta dei Liberti Claudii sono conservati in modo esemplare anche i pozzi e le strutture destinate ai cibi, che appaiono come veri e propri angoli cottura, simili in tutto a quelli rinvenuti nelle abitazioni coeve. Molti degli arredi, scamna, triclinia, abaci, mensae, ricordati dalle fonti, realizzati qui in muratura, sono raramente conservati nelle necropoli di Roma, per cui si è pensato anche all’esistenza di arredi mobili. Le necropoli di Ostia, del suo territorio e di Porto conservano anche testimonianza di dispositivi riservati al nutrimento del morto: un tubo di terracotta, due coppi uniti a formare un condotto o un’anfora tagliata, che permettevano ai liquidi delle libagioni di penetrare nella sepoltura. In alcune tombe di Isola Sacra condotti furono infissi ai quattro angoli della cella allo scopo di nutrire simbolicamente la terra in cui erano contenute le spoglie. In un sepolcreto rinvenuto in territorio ostiense (Acilia, loc. Malafede) l’uso di tubuli per libagioni, sia fittili che in piombo, destinati a raggiungere direttamente le ceneri, è attestato soprattutto nelle sepolture a cremazione.
Gli apprestamenti descritti riportano all’uso del banchetto, che riflette ideologie antichissime e complesse legate al timore della morte ed alla necessità per la famiglia di demarcarsi da essa. All’inizio ed alla fine di un lutto si svolgevano una serie di atti nei quali una parte importante era riservata al consumo effettivo o simbolico di cibo. Sappiamo che tre riti erano compiuti presso la tomba: il seppellimento, il sacrificio di un maiale ed il banchetto funerario. Il sacrificio serviva soprattutto a collocare il morto nella sua nuova dimensione ctonia, mentre il banchetto che seguiva, “silicernium”, serviva piuttosto a purificare la famiglia toccata dal lutto. Non è chiaro in che modo il “silicernium” segnasse la separazione tra i vivi e il morto, comunque messa in evidenza dal diverso modo di assumere il cibo e dalla diversa consistenza di questo: in genere le carni erano riservate ai membri viventi della famiglia, mentre il sangue delle vittime veniva deposto sulla pira. Nove giorni più tardi, con la cena “novemdialis” la famiglia ormai purificata, si apriva ad un circolo più ampio e riallacciava i legami con il resto della società. Si chiudevano così i nove giorni delle “feriae denicales”, i giorni del lutto, che avevano provocato per i parenti più stretti una sorta di arresto del tempo.
Il numero nove, che sembra avere un forte valore rituale e che come tale era legato al passaggio da uno stato all’altro, tanto da investire altre ricorrenze come la nascita, ritorna nella durata della celebrazione dei “parentalia”, in onore dei defunti, che si svolgevano tra il 13 e il 21 febbraio. Il periodo si concludeva il 22 febbraio, nella festa detta “carestia”, con un banchetto, nel corso del quale la famiglia accoglieva i suoi morti in immagine (larvae conviviales). Il lungo tempo di purificazione, legato ai “parentalia”, non impediva tuttavia che i morti dispersi, larve e lemuri, continuassero a funestare con le loro apparizioni le città e le case, sì da rendere necessario moltiplicare gli scongiuri. Cerimonie legate a questi riti avevano luogo ai “Lemuria”, nel mese di maggio. In quei giorni il padre di famiglia, levandosi a mezzanotte, dopo aver compiuto gesti di carattere apotropaico, gettava dietro di sé delle fave nere per riscattare se e la sua famiglia, scongiurando i Mani di lasciare la sua casa. Altri riti di offerta e banchetto si svolgevano in numerose occasioni, fra cui la ricorrenza del “dies natalis” del defunto.
Accanto ai resti archeologici, alle iscrizioni, che alludono agli arredi necessari alla celebrazione dei banchetti funerari e alle fonti che descrivono e commentano i rituali ad essi connessi, anche l’arte figurativa illustra la pratica del convito legato al lutto. Una tipologia diffusa legata al convito è quella del defunto banchettante, raffigurato da solo o in coppia, mentre giace semisdraiato sul kline e si ciba da una mensa posta di fronte, spesso assistito da un personaggio in compianto, da un servente e da un animale domestico, secondo una iconografia ben nota, cui Petronio nel suo Satyricon, fa riferimento per bocca del suo Trimalcione (Petr. Sat., 64). Lo schema tipologico di questa scena deriva dall’area greca e microasiatica, per diffondersi con l’impero romano in tutte le province, con caratteristiche locali. E’ presente nei rilievi funerari ed in un buon numero di sarcofagi e lastre di rivestimento per loculi, ma più limitatamente nel repertorio musivo ed in pittura. Il significato è connesso all’idea del riposo eterno nella gioia del banchetto nella credenza che colui che ha ben meritato sarà accolto nel simposio divino.
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