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Tabernae, Popinae e Caopunae dai Romani al Medioevo


Erano diversi i locali pubblici che agli occhi della povera gente simboleggiavano i piaceri dell'antica Roma.
- La taberna (taberna vinaria) era più che altro una bottiglieria in cui si poteva bere vino e mangiare ceci, rape o salagione.
- La popina corrispondeva alla nostra osteria dove si servivano a sedere, anche all'esterno, pasti caldi e fumanti (generalmente spezzatini caldi) accompagnati da bevande.
- La caupona, simile ad un albergo, spesso con le stalle per i cavalli, offriva la possiblità di alloggiare e consumare cibo o vino.
Per secoli questi luoghi, frequentati prevalentemente dal popolo furono il punto d'incontro tra persone di classi sociali e paesi diversi.
Erano costituiti da uno o più ambienti. Importante era quello all’aperto sulla strada, fornito di un grande bancone in muratura sul quale spesso si trovava un piccolo fornello per scaldare l’acqua, ed erano poggiati contenitori di vario tipo. Nel bancone erano inoltre murati alcuni grandi orci per contenere il vino, e il loro numero indicava le tipologia offerte.
L’arredamento era essenziale: tavoli, sedie, sgabelli, panche di legno, e banconi in muratura. Qualche volta, nei locali migliori, le pareti erano abbellite da decorazioni a festoni o da drappi e ghirlande, se non addirittura affreschi che illustravano tipiche scene da osteria.
I proprietari, o gestori di tabernae e popinae, godevano di solito di una pessima fama: appartenevano ad una classe sociale di infimo rango, spesso erano schiavi affrancati o comunque di origine servile, molti dei quali provenienti dalla Grecia o dall’Oriente.
Vapori e fumi fuoriuscivano dagli strumenti da cucina tipici delle popine, perennemente sul fuoco: la pentola per i cibi cotti (i cocta) e il calderone per l’acqua calda (la calda). L’attrattiva esercitata da questo tipo di locale non dipendeva soltanto dal fatto che vi si mangiavano i cibi cotti, ma soprattutto perché erano caldi accompagnati da bevande anch’esse calde.
Le pietanze erano a buon mercato, e il vino costava ancora meno: quello servito normalmente era mescolato con acqua calda o fredda, a seconda delle stagioni, a volte “condito” con miele e spezie. Talvolta si servivano anche vini pregiati, più cari, ma più buoni dei vini “della casa”. Insieme al vino venivano servite focacce dolci, uova e formaggi, frutta fresca, verdure e ceci. I più pretenziosi potevano avere specialità quali cacciagione, pesce o funghi.
Successivamente in epoca Medievale, alla metà del ‘200, sia le autorità politiche che quelle religiose, dovettero regolare la possibilità di bere e di giocare nelle taverne. In certi casi l’imposizione ne limitava a due ore al giorno l’accesso, che era scandito per mezzo del suono della campana comunale. Verso la fine dello stesso secolo, a Milano pare vi fossero quattrocento forni da pane, mille taverne per vendere il vino, centocinquanta osterie per forestieri e duecentomila abitanti. Nel ‘300 quando ai pellegrini, precedentemente ospitati dagli ordini religiosi , si aggiunsero i commercianti viaggiatori, naqué la figura dell’oste albergatore. Se si trattava di un ospite illustre, le sue insegne venivano alzate sulla porta della taverna, che diveniva così luogo d’incontro per trattative d’ogni genere.
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