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Santuari Romani e cibo per gli dei


Testo di Filomena Rossi
Soprintendenza Archeologica della Lombardia, Milano

Ministero Beni e Attività Culturali

Durante i primi secoli dell’Impero Romano il cibo offerto agli dei dalle popolazioni italiche nei santuari del territorio non doveva essere diverso da quello abitualmente preparato e servito nelle case dell’epoca (carni bollite o arrosti, dolci, uova, focacce, frutta, vino, minestre di cereali o leguminose).
La ricerca archeologica ha dimostrato che i contenitori per la cottura e il servizio di questi alimenti erano gli stessi utilizzati nella vita quotidiana.
I contenitori da cucina e da mensa rinvenuti in molti santuari romani erano quindi utilizzati per le pratiche rituali che prevedevano sia l’offerta di cibo agli dei sia le cerimonie di purificazione e le libagioni.
Questi manufatti, semplici utensili privi di valore artistico – tegami, vassoi, incensieri, brocche, coppe databili tra il I e il IV secolo d.C. – sono tuttavia portatori di un significato speciale quando vengono ritrovati all’interno di un santuario di età romana. Sono infatti legati strettamente all’atto del sacrificio, della preparazione dei cibi consacrati e della loro ostensione alla divinità venerata.
I santuari romani erano veri centri polifunzionali con negozi (tabernae), botteghe artigiane (officinae) di lampade, arredi sacri, oggetti di devozione, carni e pellami, dormitori e locande. I luoghi vicino a fonti avevano anche piscine da bagno. Fungevano inoltre da centri culturali, da archivi, da biblioteche, spesso erano collegati a teatri dove si mettevano in scena drammi culturali e ludi, ma esigenze specifiche di ciascun territorio conferivano ad ogni santuario una propria fisionomia.
Ogni luogo di culto aveva un proprio corredo di suppellettili e utensili funzionali all’espletamento delle cerimonie sacre. Taluni di questi oggetti venivano consacrati nel giorno medesimo del tempio (sacra suppellex). Altri (ornamenta, ex voto) venivano donati successivamente e andavano ad arricchire nel tempo il luogo di culto. Aree e mense votive assolvevano a due momenti centrali del culto: il sacrificio e la devozione. Mentre sulle are si svolgeva il sacrificio, gli altari a forma di tavola (sacrae o augustae mensae) servivano – come le tavole nelle case – a deporre cibo, frutta, dolci, offerte e doni di ogni genere (mensae, donaria).
Utensili e suppellettili
La sacra suppellex comprendeva le are – tavole su cui venivano deposti cibi, bevande ed altre offerte destinate alla divinità – i troni e i vasi.
Alcuni oggetti servivano all’esecuzione dei lavori che non erano specificatamente religioni quali la cura del fuoco, la preparazione della salamoia, la macellazione di un animale e l’allestimento di un banchetto. Per tali lavori occorrevano clava e ascia, coltello da macellaio, trinciante, ciotole, piatti, pignatte, paioli, mestoli, ramaioli, pinze, panieri.
Offerte vegetali
La preghiera alla divinità era sempre accompagnata da un’offerta. Di regola si trattava di incenso da bruciare, di fiori o alimenti e di prodotti della terra.
L’offerta vegetale si differenziava in dono di grani crudi o arrostiti, di farricello, di farina, di polenta di farro (puls), di pane, di focacce. Le focacce si presentavano in forme diverse: arculata, focaccia circolare; strues, una sorta di treccia; maniae si chiamavano le focacce di forma umana. Non bisogna dimenticare fiori, frutta, oli, resine, incenso, e i liquidi (acqua, vino, latte). L’abbondanza delle materie prime mostra la ricchezza della natura e il rapporto degli antichi con i doni della terra.
Il sacrificio e il banchetto
Il sacrificio di animali avveniva sull’altare esterno, al centro del cortile, seguito dalla cottura dei cibi e dal pasto in comune. Ne sono testimonianza la ceramica comune da fuoco con olle, tegami, coppe e bacili, vassoi; la ceramica comune con olle grandi e piccole, anfore; la ceramica da mensa con piatti e coppe in terra sigillata.
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