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La pesca degli Etruschi


Afresco - Tomba Caccia e Pesca - Tarquinia
Afresco - Tomba Caccia e Pesca - Tarquinia

Scrittori greci e latini definiscono gli Etruschi (Tirreni): “i signori assoluti e incontrastati dei mari che bagnano la penisola italica”. Forti di un’efficiente marina da guerra, utilizzata per la protezione dei porti, delle coste e dei loro traffici commerciali, gli Etruschi si avventurarono anche in audaci azioni di piraterie (talassocrazia).
Durante le navigazioni consumavano cibo offerto dal mare, ma l’attività della pesca veniva considerata poco gloriosa e socialmente non rilevante.
Sono poche le testimonianze ed i reperti pervenuti su questa pratica: pesi da rete in argilla o in pietra a forma discoidale con foro centrale; ami e aghi in bronzo usati per riparare le reti; un frammento di brocca d'impasto di Veio (VII sec. a. C.), dove è graffita un'imbarcazione, con vela e remi, dalla quale sporge un arpione che infilza un pesce; gusci di molluschi e valve di mitili, che compaiono in corredi funerari di Tarquinia e Cerveteri; o ancora la numerosa serie dei piatti con immagini di pesci che rivelano una conoscenza diffusa delle specie ittiche del Tirreno.
Questi alcuni esempi, ma forse l’emozione più alta ci è trasmessa dagli affreschi di una battuta di pesca, tratteggiata nella Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia. Qui con raffigurazioni vivaci, si ammirano scene di pesca con la lenza e con la fiocina, alle quali è possibile dare voce con l’aiuto di Strabone, immaginandoci la convulsa attività d’avvistamento dei tonni, effettuata dalle poste, le alte piantane in legno dislocate lungo le coste del mare d'Etruria.
Sulla mensa del ricco finivano le varietà di pesce più pregiate e fresche, quelle alle quali si riconosceva anche un alto valore economico, come tonno, sogliola, orata, triglia, murena, ostrica e aragosta. Sopra la tavola del popolo arrivavano invece pesci di modeste dimensioni e qualità, il più delle volte salati e conservati.
Per l'alimentazione etrusca era importante anche la pesca praticata nelle acque interne: fiumi, aree paludose come la Valdichiana, o laghi quali Trasimeno e Bolsena.
L'attività veniva fatta con la lenza o la rete (filum); quest'ultima, realizzata in filo di lino, poteva essere a strascico (tragum), a lancio (iaculum) o a "posta fissa".
La pesca a "posta fissa" era sia attiva che passiva. Nella prima sembra che le reti venissero distese durante il giorno a semicerchio, sopratutto lungo le rive e in prossimità dei canneti, per poi spingervi i pesci rumoreggiando nell'acqua con pietre, bastoni o remi. Nella pesca passiva le reti erano invece calate durante la notte, legate le une alle altre, e raccolte al mattino con le prede rimaste impigliate durante i movimenti erratici.
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