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Storia tradizione del brindisi


Testo di Giovanni FancelloEsperto e docente di storia della gastronomia sarda. Autore di numerosissime pubblicazioni, fra le quali citiamo: Sabores de Mejlogu, Sardegna a tavola, Il pesce povero, Le erbe selvatiche, Le spezie. Collabora alle pagine gastronomiche delle più importanti testate giornalistiche sarde. Vincitore del concorso internazionale  “Premio Marietta” di Pellegrino Artusi.

 

E' l'invito a bere tutti insieme, fatto in genere alla fine di un banchetto, in onore di una persona o per celebrare un evento favorevole. Si trovano tracce del suo uso già nelle Bibbia, così come nei poemi omerici.
Nel banchetto greco si mangiava e si beveva in due momenti distinti, e vi era un convitato, il simposiarca, che sovraintendeva alla preparazione delle bevande e all'argomentazione dei brindisi, dedicati ad inneggiare i presenti o le donne amate, secondo una sequenza prestabilita. Celebre è il brindisi tra Odisseo a Polifemo, servito per convincere il ciclope a bere il vino per poi farlo ubriacare  e ucciderlo nel sonno. Un brindisi è stato pure evocato dal poeta lirico Alceo per festeggiare la morte del suo nemico Marsilio.
Anche nel banchetto romano il brindisi era uso consolidato. Si usava farlo bevendo per auspicare e celebrare: prodezze amatorie o militari, la salute di uno degli astanti (doveva vuotare la tazza esclamando: "bene tibi", "vivas"), oppure la salute di persone assenti. Nel brindisi alla donna amata era uso vuotare tanti kyathoi uno dietro l’altro quante erano le lettere che componevano il nome di lei. Marziale così enuncia questa regola:
“Sette calici a Giustina, a Levina sei ne bevi, quattro a Lida, cinque a Licia, a Ida tre. Col Falerno che versai numerai ogni amica, vien nessuna; dunque, o Sonno, vieni a me”.

Famoso è il brindisi di Orazio che invita a levare i calici: “Afferra l’attimo e diffida del dubbio domani”. Ricordato è il brindisi riportato nell’Eneide di Virgilio dove Didone avverte l’imminente sventura della regina, sedotta e abbandonata da Enea. Brindisi è sempre quello dei  poeti Tibullo e Properzio per porre fine alle proprie pene d’amore che nel vino vedono il rimedio contro gli effetti devastanti dell’amore stesso

Nel Medioevo quest'abitudine, diffusa presso i popoli nordici, era disapprovata in Italia come risulta dalla "Cronica" di Fra Salimbene de Adam (1247).
Durante il Rinascimento la pratica, pur cominciando a diffondersi nella nostra penisola, era ancora ritenuta barbara e pertanto biasimevole, come ricorda nel Galateo Giovanni della Casa.
Due sono le versioni che sembra spieghino il termine "brindisi".
La prima sarebbe da mettere in relazione con la città di Brindisi presso la quale i giovani Romani, dopo una cena di saluto terminata con augurali libagioni, s'imbarcavano per raggiungere la Grecia dove avrebbero perfezionato l'educazione.
La seconda sarebbe legata al termine spagnolo “brindis”, variazione della formula tedesca “bring dir’s” (lo porto a te) trasmessa dai soldati mercenari lanzichenecchi alle milizie spagnole (XVI sec.).
Dal XVII sec. il diffondersi dell'atto fece nascere anche una letturatura marginale ad esso collegata (brindisi poetico), che vide nella pubblicazione del Bacco in Toscana il suo riferimento.
L’abitudine di accompagnare il brindisi con le parole: “salute” o “viva”, sarebbe ispirata al gesto secolare di versare un po’ del proprio vino nel bicchiere dell’ospite e viceversa, fatto per garantire che nessuno dei due fosse avvelenato.
Per un brindisi "fortunato", al fine di scacciare le forze negative, la tradizione consiglia di far tintinnare i bicchieri facendo uscire dal bicchiere qualche goccia di bevanda. 

Celeberrimo il brindisi musicato da Verdi ne “La Traviata”: “Libiam ne’ lieti calici/che la bellezza infiora/ E la fuggevol ora s’inebri a volutta’/”
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